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Why is Important Studying History to avoid Same mistakes

History is a fascinating discipline, taught in a superficial way. Thinking about it, as soon as we talk about history, the mind fishes out numbers, dates or names of characters. Samuele Dionisi, a master's student in history, conveys a completely different meaning. A path never seen before, where the chronology of events is intertwined with the search for sources, with the barriers that a historian faces, with micro-history (or history of emotions), in its complexity.

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Quest’oggi abbiamo un ospite giovanissimo, Samuele Dionisi, studente magistrale in storia! È un piacere averti qua e grazie di partecipare. Con te approfondiremo il tema della complessità dal punto di vista storico, e scopriremo che è molto inerente a questa tematica, che è vastissima. Benvenuto!


Ciao Christian! Grazie a te innanzitutto per avermi permesso di partecipare. Riguardo il tema della complessità, si potrebbe dire moltissimo. In fondo, è la storia di tutti noi, al di là della definizione manualistica, cioè dello scorrere cronologico degli eventi, che siamo abituati a studiare. La storia è data dall'intreccio delle vite delle singole persone che giocano un ruolo, di norma, rilevante. Ad esempio, le biografie di persone che hanno un alto potere decisionale. Vedi appunto i capi di stato; vedi i sovrani nella storia moderna; vedi addirittura, per certi versi, filosofi e tiranni o imperatori nella storia antica. Ma non possiamo sicuramente scindere le loro “gesta” da quella che è la storia di tutti. Possiamo immaginarle come dei fili che si intrecciano: sono automaticamente legate e interconnesse.

È questo il tema della complessità storica che volevo proporre, in particolare la capacità di saperla raccontare.


Come si fa a fare il lavoro di ricerca da tramandare? Come si applica sostanzialmente il metodo storico?


Quello che ci insegnano nello studio della storia, dalle elementari, è una distinzione fra fonte orale e fonte scritta. Ci viene detto che la fonte scritta è tendenzialmente quella più affidabile, per due motivi: è meno soggetta al deperimento della memoria, nonostante esista un deperimento fisico dei supporti o perché più oggettiva. L’oggettività proviene da qualcuno magari colto, che ha potuto toccare con mano un evento storico. Molte persone nell'antichità avevano accesso alla scrittura, che era una pratica molto meno diffusa! Un racconto soggettivo, al contrario, come sappiamo, ricostruisce in maniera malleabile i contenuti passati che ha immagazzinato.

Inoltre ci sono da considerare le barriere linguistiche e culturali. La fonte orale presenta maggiori probabilità di essere influenzata dalla riformulazione di quello che viene detto, per ricercare una forma più consona. Per ovviare a questo problema, grazie allo sviluppo tecnologico, esistono gli archivi digitali o registrazioni radiofoniche, dove lasciare traccia di tale complessità.

Inoltre bisogna tenere conto della soggettività della testimonianza. Pensiamo alle carestie, che sono state una delle cause della crisi del ‘300. La visione dei fatti di un contadino sarà differente da quella di un aristocratico.


Quindi, per ricapitolare, ai giorni nostri godiamo di maggiore precisione nel raccontare gli eventi, mentre del passato le tracce sono molto ridotte, a causa della mancanza delle tecnologie adatte.

Esatto. I resoconti che abbiamo sono corrispondenze private, lettere di medici, scambi fra famiglie nobili, proclamazioni di chiusura delle città, pulizia dei pozzi neri.


Queste testimonianze rischiano di essere più descrittive e meno emotive.


È proprio questo il punto su cui voglio arrivare.

Quello che tende a succedere, è che nonostante l’aumento delle fonti scritte grazie all’invenzione della stampa e all’aumento del tasso di alfabetizzazione, il problema rimane l’assenza di conoscenza delle emozioni, delle identità di chi ha vissuto gli eventi. Nel ‘700/’800 c’erano per lo più giornalisti e figure di ceti meno abbienti. La sfida di fronte alla sola presenza di fonti materiali è ritrovarle nella mole di siti disponibili. Dicevo prima che i ricordi della Seconda Guerra Mondiale, nello specifico del Fascismo, ci sono pervenuti dalla propaganda diffusa all’epoca, con le proiezioni cinematografiche della dittatura. Tutt’ora vengono sfruttate a fini pedagogici, per raccontare l’enorme impatto della storia in quei decenni.

Come facciamo allora a tornare indietro e scoprire qual era la biografia di un capofamiglia o di un contadino durante la peste del ‘300?

L’interesse è di raccontare queste micro-storie. La cultura materiale, cioè lo studio delle fonti concrete (reperti archeologici quali supellettili, mobili, templi, oggetti quotidiani), sancisce una svolta nella storiografia moderna. Lo storico diventa così in grado di ricostruire il tessuto sociale di una classe o di classi sociali. Cito l’esempio di una scoperta relativamente recente, che riguarda alcune porcellane di origine cinese o giapponese rinvenute in Inghilterra. Il mercato attribuisce loro valori astronomici, che oggigiorno riteniamo “normali”. Questi oggetti vengono esibiti in mostre, tuttavia non è sempre stato così. I ricercatori attestano che risalgono al ‘700/’800 circa, e affermano fossero usate nel quotidiano. Testimoniano, dunque, non solo i rapporti di scambio tra inglesi e orientali, i quali hanno subito nel tempo diversi mutamenti, ma fanno da portavoce allo stipendio medio dei ceti meno abbienti, di ciò che potevano permettersi e del resto di altre abitudini.


Queste tazzine, a questo punto, ci inoltrano sul sentiero dei “perché”, cioè “Perché queste tazzine non sono più presenti sui mobili inglesi?” “Perché i rapporti con la Cina si sono interrotti?”, Racconti simili provengono dalle storie di coloro che, come me o te, non avevano grosse pretese di cambiare il flusso degli eventi o non godevano di un prestigio sociale. Però fanno da eco agli usi e i costumi di ceti meno abbienti, alle interazioni con la società.


Posso chiederti se hai qualche esempio da farci legato alla complessità di cui parli, oltre a questo delle porcellane?


Un evento molto studiato sia dalla storia sia dall’antropologia, è la Caccia alle streghe. Offre uno spaccato della condizione sociale dei ceti più bassi, nella fattispecie delle donne povere. Appartenevano a una classe sociale considerata nefasta, sia da un punto di vista religioso sia del quieto vivere sociale. Segue in parte il discorso dell’antropologo Carlo Ginzburg, che parla ad esempio dei benandanti del Friuli, che sarebbero delle sorte di maghi contadini. Questi studi ci fanno capire la reazione del sistema politico-sociale a queste figure, cui venivano affibbiate colpe in un determinato periodo storico. I pregiudizi ricadevano soprattutto sugli emarginati, sui mendicanti; tutte quelle donne che chiedevano l’elemosina. Visto che regnava la povertà, le famiglie rifiutavano di lasciare anche un pezzo di pane, vestiti nuovi, coperte e scarpe, motivo che spingeva le mendicanti (o streghe) a dare maledizioni. Alle streghe era attribuita la colpa delle carestie, delle crisi economiche, delle difficoltà nel tirare avanti. Il capro espiatorio rimane una necessità, la ricerca della ragione dei mali di una fase storica. Attribuisce valore a un governo, alle norme promulgate, nonostante sussista un pantano di ingiustizia. La questione delle streghe rappresenta il concetto di capro espiatorio per antonomasia.


La Caccia alle streghe, mi viene da aggiungere, richiama anche la medicina, il concetto di “pazzia” da curare nel manicomio, e come dicevi tu l’inetto, il senzatetto e il resto delle persone ridotte al margine.


Il paradigma, in questi casi, è trovare il capro espiatorio. Quale esempio migliore del diverso? Di quello che non riesci a comprendere? Di quello che un po' ti spaventa? Nel Novecento si vedeva con il sionismo, con gli ebrei; non era solo il nazismo a rendere gli ebrei un obiettivo comune. Il complotto dei Savi di Sion aveva origini russe, ancor prima di essere ripreso da Hitler. L’antisemitismo era diffuso negli Stati Uniti, e in Francia da secoli. Affonda le radici nella diaspora, periodo dove gli ebrei rimasero un popolo senza dimora, a causa della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Essendo ghettizzati, risultò più facile farne un capro espriatorio. Tuttavia, rivestivano al contempo ruoli importanti, come i banchieri. La cacciata degli ebrei dalla Spagna, dopo la Reconquista, causa una notevole crisi finanziaria, proprio per la detenzione del potere finanziario nelle mani del popolo ebraico. Riprendendo il discorso, perpetrare la figura dello stereotipo, in soggetti che variano in base al periodo storico, rende la storia una disciplina che si ripete nel tempo.

 

Mi ricorda la filosofia dell’eterno ritorno di Nietsche.

 

I filosofi infatti, ne hanno spesso parlato. Un filosofo spagnolo disse: “Chi non impara dalla storia è condannato a ripeterla”. La complessità sottostante è estremamente vasta, di conseguenza i fatti sono destinati a ripetersi. I governi vengono organizzati, decadono e poi se ne producono degli altri, che seguono il medesimo processo. Lo scopo del divulgatore è aprire gli occhi, evitando la ripetizione dei percorsi negativi. Non ha l’obiettivo di ricordare la successione cronologica degli eventi, di quello se ne occupano già i manuali.

 

Qui aggiungo una mia contaminazione personale. La storia, come dicevi, essendo insegnata in maniera cronologica, rimane vittima del preconcetto dell’inutilità. Gli studenti, spesso, si domandano a cosa serva, quando al suo interno conserva un prisma di antropologia, sociologia, psicologia e altre discipline.

 

Una cosa interessante, come ti accenavo, è il cambiamento delle emozioni, a seconda del periodo storico vissuto. Ma quello che non dobbiamo fare è valutare quanto il passato sia peggiore. Le tematiche che in apparenza, nel presente, ci sembrano banali, un tempo creavano una marea di preoccupazioni. È un parallelo del progresso scentifico. La medicina ottocentesca, credeva che la peste arrivasse dal cattivo odore dei pozzi neri, spregiudicando altre spiegazioni più plausibili.

 

Grazie del tuo contributo Samuele, avremo da parlare della micro-storia e di altri connubi disciplinari in futuro. Ci vediamo alla prossima!

 

Grazie mille, Christian. Alla prossima!

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