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Sappiamo ancora fidarci? La paralisi dell'incertezza

Fidarsi è un atto che richiede un grande coraggio.


Stringere rapporti con nuove persone, partecipare agli eventi più disparati, fermarsi per guardare un film o leggere un libro. Tutti momenti dedicati all’inaspettato. Questa cosa spaventa moltissimo, perché nell’epoca odierna prediligiamo il controllo. Usando una parola intensa come “fiducia”, intendo fare riferimento alla disposizione verso l’ignoto, quello che non si sa, il regno governato dall’incertezza. Un conto è la fiducia in un’amicizia profonda, un professionista competente o un rapporto coniugale dove abbiamo una aspettativa.



Io ci ho messo un po’ a capirlo, che ero vittima di una morbosa pianificazione, il controllo sulle relazioni, su cosa sarebbe potuto andare storto. Eppure, non ci crederai, ma il primo interrogativo che mi ponevo era: "Perché no? Perché non provare?".


Ero il primo che lo diceva, non sempre però queste domande erano ben gradite.


Una ragione cardine, è che l’educazione scolastica e familiare impone una supervisione costante sul non compiere errori, sul rendimento alto, su cosa fare con esattezza durante i prossimi anni. Prepara a un ipotetico mondo di certezze, quando la vita è in costante mutamento. Prepara a gridare cosa aspettarti, mentre la cultura, le interazioni e i futuri giungono sibilanti a sussurrarti alle orecchie.


Rintracciare in me queste dinamiche mi ha aiutato a vivere meglio la mia creatività, il piacere di meravigliarmi, deragliare da modelli discostanti dalla mia persona.


L'educazione scolastica e familiare preparano a un ipotetico mondo di certezze, quando la vita è in costante mutamento. Preparano a gridare cosa aspettarti, mentre la cultura, le interazioni e i futuri giungono sibilanti a sussurrarti alle orecchie.

La creatività, dopo tutto, è aguzzina del disordine, dei disastri (dal latino des-astrum, “perdita degli astri”, cioè della direzione). È un poema composto da perenni disequilibri, scostamenti tra le parti, che come placche tettoniche dettano nuovi ordini. Imparare a fidarsi significa ammettere la propria cecità dinanzi agli imprevisti, a ciò che gli scienziati definiscono serendipità, cioè sapersi rivolgere all’errore con curiosità, atteggiamento che in passato ha stravolto la scienza con fantastiche scoperte.

Fidarsi è imparare a navigare quando non c'è il mare. Aspirare a notti stellate quando il cielo affonda nel nero pece.

Il difetto che tinge la società moderna è un drenante bisogno di vedere, avere sempre un piano, una luce rassicurante. Il buio pesto intimidisce, disorienta, costringe a spostare l’occhio da un fuori atteso alle ombre di un fuori incerto.


Segue il concetto di individuazione di Jung, dove l’Io (parte cosciente) e il Sé (mondo interiore inconscio) si integrano, lasciando che le ombre e le complessità portino a pieno compimento della personalità. I regni ignoti e oscuri che conferiscono alla realtà - e alla vita - un sapore quasi mistico, intangibile, ne costituiscono il Sé.


Il peso soverchiante del prevedibile sta degradando una caratteristica che per millenni ci ha distinto come specie: il nomadismo.

Sono infinite traiettorie da cui ci stiamo distanziando.

Contribuire a un’educazione sana vuol dire fare palestra di sorprese.

Il peso soverchiante del prevedibile sta degradando una caratteristica che per millenni ci ha distinto come specie: il nomadismo.


In qualsiasi campo si intervenga con le persone (scuola, aziende, no profit, famiglia, ecc), sarebbe più costruttivo educare all’essere nomadi, ma non tanto (o solo) fisicamente, anche mentalmente. Guardare un film, sfogliare le pagine di un libro, intraprendere una conversazione con uno sconosciuto o sconosciuta, o perfino un amico o un'amica, significa ricorrere a un vagabondaggio con una mappa vaga, che si definisce nel mentre.


Al netto di personalità che privilegiano una vita di comfort, sicurezze e preferenza per rituali abituali, il succo del discorso è che pre-parare (sapere in anticipo dove arriverà la palla in campo) gli studenti ad aspettative stabili in una società fatta di variabili, è deleterio.


Riconosco trattarsi di un discorso da contestualizzare circa i programmi didattici, la burocrazia iper-controllante e tassativa, la difficoltà di trovare una quadra fra innovazione e regolamenti. Tuttavia, puoi intervenire sul metodo con cui fai conoscere una materia, con cui leggi un libro, con cui affronti qualsiasi sfida ti capiti in corso d'opera.


Il metodo è questo: l'esorcismo di una verità, da uno spirito ignoto.


Ti pongo alcune domande guida sull'argomento:


  1. Quanto lasci spazio alle ipotesi, tanto nella scoperta di un argomento quanto delle interazioni sociali? Ad esempio, come la penserà un’altra persona diversa da me a riguardo? È un’ipotesi verificabile? L’ipotesi è una parola che scorporo in due ulteriori parole: ipo e tesi, “tesi ipovedente”. In sostanza, implica la cecità sulle certezze in una prima battuta, fino a ampliare lo sguardo su idee più nitide, concrete e verificate.


  1. Abitui a essere coscienti dei propri presupposti, tanto su di sé quanto sul prossimo?

    Non attendere necessariamente una risposta, ma perfino una semplice domanda, affina quel disagio esistenziale che pre-dispone alla vita.


Questi spunti sono validi sia per gli operatori nel sociale e sia se sei una persona creativa, che sente sulle proprie spalle il macigno di un fare programmatico.

Tante volte basta una sola domanda, un quesito, anche il “non lo so”, per far aspirare a esperienze in grado di accrescere la placenta esistenziale.


Bisogna reimparare a fidarsi, a concedersi il disatteso.

In sintesi: a vivere.

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