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Ripensare la Scuola: Le 5 Discipline che Possono Cambiarla per Sempre

Aggiornamento: 28 lug

Imparare dai propri errori e valorizzare il personale, un compito troppo arduo per la scuola?



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Ripensare la scuola è un obiettivo tanto ambizioso quanto (leggermente) complesso. 

C'è chi, come il sottoscritto, crede negli esseri umani (e guarda caso anche Marco Mengoni in un celebre singolo), e chi, viceversa, rigetta la possibilità. Se ti schieri nella prima fazione, benvenuto o benvenuta in questo articolo. Se appartieni al secondo schieramento, ti concedo solo la lettura del primo paragrafo (scherzo ;)).


L’organizzazione che apprende, o Learning Organization, è un modello ancora poco conosciuto in Italia, ma non per questo infattibile. Come ben saprai, alcune problematiche che accomunano gran parte delle scuole vanno dalla carenza di formazione sulle competenze necessarie, a fattori relazionali come la mancanza di comunicazione, leadership e condivisione di traguardi e metodi.


"La Quinta disciplina" di Peter Senge, bestseller internazionale, affronta il pensiero organizzativo parlando delle aziende. Nonostante ciò, ho trovato il suo discorso molto pertinente anche al mondo della scuola. Egli discute delle 5 discipline che trasformano una semplice organizzazione (come la scuola) in un’organizzazione che apprende.


E tu dirai: “Ma non dovrebbe essere così?”


E io ti dirò: Dovrebbe, appunto…


Quando si può parlare di organizzazione che apprende? 

Quando un gruppo di persone collabora per raggiungere uno scopo comune, sfruttando le capacità di ciascuno e affrontando le incertezze. Peter Senge descrive i pilastri fondamentali di un’organizzazione che apprende. Mi piace definire queste pratiche come Life-long changing, oltre che Life-long learning, cioè un reticolo di scelte responsabili di cambiamenti a lungo termine.


  1. La Padronanza personale

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Ogni figura professionale che opera nella scuola non può fare a meno di avere una consapevolezza approfondita di sé stesso.


Cosa si intende con questo passaggio?


La padronanza personale implica porsi domande sulla vita e su se stessi, riflettere su cosa dà senso alle proprie giornate, quale sia il proprio perché e quali siano i punti di forza e debolezza. Se è vero che lo psicologo è un guaritore ferito, l’insegnante è un divulgatore ignorante. Se lui stesso non è abituato a porsi domande su se stesso e, certamente, sull’esistenza, sarà difficile evocare determinate sensazioni negli alunni.


E come fai a sapere se sei sulla direzione giusta?


Prova a porti queste domande:


  • Sono sinceramente appassionato/a del mio lavoro? Lo farei anche gratis? Attenzione, questo non vuol dire che ti piaccia lavorare 8 ore al giorno, ma serve a capire quanto ti motiva svolgere la tua professione.


  • Prova a visualizzarti nei prossimi 3/5 anni, cosa vedi? Dove ti vedi e con chi ti vedi? Questa si chiama vision, un'immagine mentale che ti orienta anche nei momenti più impegnativi.


  • Cosa ti piace di più nel tuo lavoro? Motivare i tuoi studenti a migliorarsi? Escogitare iniziative creative?


  1. I Modelli mentali



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I modelli mentali sono i principi e le idee che costituiscono il motore delle azioni.

La scuola italiana si fonda su parole chiave come "obbligo", "comportamento", "autorità" e credenze che ostacolano il progresso. Questi capisaldi derivano dall'alto (politica, burocrazia) e dal basso (operatori scolastici) e impediscono di promuovere modi di pensare più adatti alle nuove tendenze.


Le credenze più popolari sono: "Abbiamo sempre fatto così", "Ho molta esperienza e so cosa è giusto", "Gli alunni dovrebbero impegnarsi di più". E quali risultati hanno prodotto? Se lavorare in modo collaborativo con il team è quasi impossibile, ti consiglio di aiutare i tuoi studenti a lavorare sui loro modelli mentali, e ovviamente tu devi esserne l’esempio.


I nostri schemi mentali sono stati ereditati da genitori, amici o altri colleghi e, molte volte, rischiano di essere disfunzionali sul lavoro. Se sei un insegnante o un educatore creativo, deciso a fare la differenza, riconoscere i modelli mentali è il lasciapassare per affrontare le scelte con coraggio.


Come riconoscere i modelli mentali?


Ti suggerisco di fare questo esercizio:


Mettiti comodo/a su una sedia. Disegna due colonne, una a sinistra e una a destra. Nella colonna di sinistra scrivi le credenze che hai nel quotidiano, i pensieri che muovono le tue decisioni. Prova a ricordare un fatto recente: una lite, una scelta che ti ha bloccato/a, un gesto compiuto. Domandati quale credenza, secondo te, fosse alla base. Nella colonna di destra, invece, scrivi i nuovi modelli mentali, le credenze che vuoi avere per compiere passi diversi. Passare da "Penso che questa idea non funzioni" a "Sperimentare serve a capire cosa migliorare" è già un salto di qualità.


Io, ad esempio, prima mi dicevo sempre "Concentrarmi su uno scopo mi fa perdere i miei mille interessi", poi infiammato dal desiderio di fare la differenza nelle scuole, ho cominciato a pensare "Lo scopo è la traiettoria per conciliare i miei interessi".


I modelli mentali presi singolarmente non servono. È necessaria la pratica, la costanza e la sperimentazione, ma ti aiutano a stabilire un inizio.


  1. La Vision condivisa

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Dopo aver dato una spolverata alla padronanza di sé, passiamo al lavoro di gruppo.


Come esiste la vision personale, esiste anche la vision condivisa. Sentirsi allineati su traguardi comuni, purtroppo, è un’oasi se pensiamo alle organizzazioni italiane. Spesso in un team non si è a conoscenza delle ambizioni dei colleghi. Per una crescita collettiva sono indispensabili due fattori: condividere la propria vision e avere una vision condivisa.


Prevedo il tuo pensiero:


“Ma se ho un team incompetente, o con scarsa voglia di mettersi in gioco, o con una preferenza per metodi ormai passati, come faccio?”


In quel caso, tralasciando che dovrebbe essere il dirigente a promuovere una formazione ad hoc, potresti essere tu, in primis, a proporre questa pratica ai tuoi colleghi. In caso di inadempimento, ricorda che l’insegnante è il leader della classe, quindi puoi partire chiedendo ai tuoi alunni dove vogliono arrivare insieme, qual è la loro aspettativa dalle tue lezioni, e tu puoi condividere l’impatto che hai intenzione di lasciare.


Ognuno trasmette la propria vision e, alla fine, ne viene delineata una condivisa, con parole semplici, di effetto e facilmente memorabili. Non importa se siamo già nel secondo semestre, ciò che conta è darsi l’opportunità di sperimentare. Una vision condivisa con i colleghi può essere: "Mi impegno per creare una scuola innovativa, che faccia rete sul territorio e dove ognuno esprima il suo potenziale". Una vision condivisa con gli alunni può essere: "Costruiremo una classe inclusiva, con libertà di espressione e dove ci si aiuta nel momento del bisogno".


  1. Il Dialogo



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“Ma no! Sono io che ho ragione, il problema di questi ragazzi è che non hanno voglia di studiare!”


“No, non è vero! Secondo me bisogna promuovere una maggiore libertà di essere se stessi!”


“Vi sbagliate! Io ricordo ai miei tempi quando...”


Eccetera, eccetera, eccetera…


Quante volte ti sarà capitato? La discussione finisce con l’idea di avere ragione, escludendo qualsiasi altro punto di vista. Il dialogo, invece, consiste nel mettere da parte i propri presupposti (schemi mentali, pregiudizi e opinioni) per ascoltare quelli dei colleghi.


Io talvolta vedo la scuola come una vecchia amicizia, dove si è convinti di poter portare avanti il rapporto con le credenze precedenti, nonostante le prove portino a un esito negativo.

Dove ci si grida a vicenda: “E ma tu prima non eri così! Eri meglio prima!”.

Questa però è una dinamica tossica, che impedisce di evolvere.


In pratica, come fare?


Peter Senge fornisce 3 istruzioni per praticare il dialogo:


  • Accantonare i propri presupposti per ascoltare il/i colleghi. In cosa il loro punto di vista si combina con il mio? Quali sono le differenze? È arricchente in qualche modo?


  • Riprendere il presupposto e condividerlo con i colleghi.


  • Fare una sintesi dei pensieri, dei punti in attrito (elementi di discussione) e delle assonanze.


Ok, lo riconosco, sono principi difficili da praticare, specialmente con persone con cui non condividi idee, valori e intenzioni. Tuttavia, è una pratica condivisibile da provare non solo con il personale, ma anche con gli studenti. Anche loro insegnano sempre qualcosa di nuovo, su se stessi e su di noi!


  1. Pensiero sistemico

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Infine, ecco l'ultima disciplina, quella che mi sta particolarmente a cuore.


Sto parlando del pensiero sistemico, una disciplina che insegna a vedere le connessioni tra le varie parti di un sistema. Se non lo sai, un sistema è quando un insieme di parti si connettono per raggiungere uno scopo comune. La differenza con l’insieme è che, in quest’ultimo caso, le parti non hanno uno scopo.


Gli organi del corpo umano, ad esempio, sono organizzati ai fini della propria sopravvivenza; le componenti che costituiscono un computer ne consentono l'esecuzione dei comandi.

Usando una metafora, la scuola è un organismo dove i singoli organi - insegnanti, studenti, educatori, e più all’esterno, i genitori - concorrono al benessere del sistema. Se vuoi approfondire questo argomento, ho dedicato un articolo apposito, in collaborazione con l'ex direttore sanitario Fulvio Forino.


A scapito del pensiero lineare - che insegna la logica causa-effetto - il pensiero sistemico prevede concetti come la retroazione (le azioni nel presente influenzano il sistema nel lungo periodo), l’interconnessione (le parti di un sistema si influenzano tra loro), le emergenze (fenomeni che nascono dalle interconnessioni, come la DAD durante il Covid), e altri ancora.


Un argomento del genere merita un capitolo dedicato, ma ti spiego in breve perché bisogna conoscerlo.

Hai presente le notizie sulla scuola che parlano di studenti demotivati e indecisi su cosa fare nella vita? Sicuramente ne avrai sentite di tutti i colori!


Questo è indice della totale ignoranza dell'impatto che una parola o un intervento fuori posto, può avere sulla vita di uno studente. Se di fronte a un errore esprimiamo un giudizio come “Lo dovevi fare meglio!”, di sicuro non incentiviamo l’autostima. Al contrario, partire con domande quali “Hai fatto azione X, cosa ti ha portato a compierla? Un’emozione, un pensiero, un compagno…?” nel lungo periodo sprona gli alunni - e l’insegnante stesso - a scoprire lati di sé, a mettersi in discussione, e a creare un confronto di fiducia con l’adulto.


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