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L’era dell’artifigianato e dell’iper-vedenza: quando vediamo troppo


Fino ai primi del Novecento eravamo ciechi.

C’era il completo buio sul mondo. I fanali della consapevolezza erano inattivi, l’accensione consentita a chi possedeva il dono della lettura. Prima le giornate trascorrevano nel sonno dell’ipo-vedenza, vedevamo cioè molto di meno quello che accadeva. Oggi, l’introduzione dei social ha passato il dominio a quella che potremmo chiamare iper-vedenza: vediamo troppo. Questa saturazione visiva produce effetti negativi sull’immaginazione, sulla nostra serenità e sulla mappa che ci creiamo delle cose, tremendamente manipolata.



Illuminati dallo "spray di immagini"


Ci troviamo in una fase di illuminismo acuto, solo che questa volta non sta andando come nel ‘700, che si aprì il vaso della razionalità. Siamo, piuttosto, illuminati dagli schermi, e accecati dall’illusione di assoluta razionalità.


I mass media, lo sappiamo, nebulizzano le informazioni. I contenuti (principalmente negativi) esercitano un potere simile allo spray al peperoncino, ma invece che prendere le dovute distanze con senso critico, ci lasciamo investire in quantità maggiori.


Paragonerei i social ad uno “spray di immagini”. Queste immagini vengono assemblate nelle menti di ciascuno, le cui idee di ciò che accade dipendono, in buona sostanza, da un algoritmo. Potremmo quasi parlare di un immaginario algoritmico, cucito sull’interesse dei consumatori: un insieme condiviso (o meno) di idee, siano esse immagini o parole, aventi come comune denominatore un codice subdolo, che ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi.


L’artigianato invisibile degli algoritmi


Usarli con passività depotenzia la capacità di sintonizzarsi emotivamente, di sviluppare routine di pensiero critico. I social ci congiungono in uno spazio-tempo bidimensionale, cioè svuotato di immersione sensoriale. L’algoritmo è il diretto artigiano dei feed: noi guardiamo il risultato finale con zero impegno.


Vediamo il legno intagliato con dettagli fini, ma tiriamo indietro la mano quando si tratta di riporlo in casa e farlo proprio. Decidere quale risultato artigianale (o “artifi-gianale”, l’artigianato dell’intelligenza artificiale) investire di sincero interesse è disarmante. Quasi spiazzante.


Quanto realmente osserviamo con attenzione i feed sui nostri dispositivi?


Usare i social network è navigare su un fiume di immagini in piena, che scorre tumultuoso. A malapena distinguiamo le increspature. Seguiamo l’andatura della canoa nella assoluta inerzia, sapendo che lei agirà al posto nostro. Tanto un’onda vale l’altra; un angolo di terraferma vale l’altro; una folata d’aria fresca vale l’altra. Fino a quando ci voltiamo alle spalle e vediamo spalancarsi alla vista il verde, il rumore imperituro dell’acqua che si schianta sulla roccia, il sole che vi batteva.


E stiamo ancora percorrendo questo torrente visivo.


Quando le immagini colpiscono l’immaginazione


L’abilità di immaginare riceve una percossa con la fruizione di contenuti visivi, quali i film o la televisione. Il Dr Suggate ha incluso in uno studio più di 200 persone, suddivise in due gruppi: uno esposto a contenuti video e l’altro alla lettura di testi. Alla fine, dovevano usare l’immaginazione per confrontare oggetti slegati dal video guardato o dal testo letto.


I risultati mostrano che l’immaginazione, nel caso del primo gruppo, subiva un ritardo di 25 secondi, a confronto con il secondo gruppo, senza distinzioni tra video veloci e video lenti. Uno studio precedente dimostra gli effetti analoghi su bambini dai 3 ai 9 anni, che guardarono la TV da 1 a 4 ore al giorno per 10 mesi.


Il risultato fu una diminuzione dell’abilità di visualizzare, e dunque di immaginare. Il Dr Suggate conclude affermando che l’atto dell’immaginazione coinvolge una moltitudine di sensi, non solo la componente visiva, ed è per l’appunto un’abilità, e in quanto tale va allenata, altrimenti si atrofizza.


Quando l’immaginazione si indebolisce, si indebolisce anche la speranza


Se è vero che l’uso passivo di smartphone e TV percuote negativamente l’immaginazione, e assodato che quest’ultima è il carburante per concepire scenari possibili, potremmo trovare una spiegazione concreta all’abbandono di ogni speranza verso la scuola.


La speranza è mossa dall’immaginazione, ma quando questa viene compromessa agire con sano ottimismo diventa quasi impensabile. Riprendendo il discorso sopra, l’intelligenza artificiale è a capo di un artigianato scrupoloso, un perfetto detective virtuale che conosce a menadito cosa tiene ingaggiati gli utenti iscritti ai social-media, intagliando un algoritmo escogitato ai fini di mercato.


Gli insegnanti, i genitori e gli studenti sono vittime potenzialmente perfette. La scuola sta scontando, infatti, diverse sentenze sostenute da una galleria sociale di immagini tutt’altro che gradevoli. Nei decenni precedenti la popolazione era segnata da una epidemia di ipo-vedenza, anche se l’avvento della comunicazione stampa accendeva gli animi sulla dibattuta questione di una scuola migliore (vedi rivolte del ‘68).


In aggiunta, la esaustiva disponibilità di risorse tecnologiche, pedagogiche e scientifiche sta mettendo seriamente in ginocchio i professionisti dell’educazione e, allo stesso tempo, i genitori. Invece di stimolare a credere in un domani migliore spezzano l’entusiasmo, la grinta e il furore, convincendo che “ormai le cose sono messe male”.


Il bias della negatività nei media


Come se non bastasse, è da precisare a che tipo di contenuti assistiamo.

Non si fa in tempo ad aprire un articolo di giornale che la vista resta sbalordita dall’ennesima foto o titolo sconfortante, i quali narrano dell’ennesimo episodio fallimentare dell’istituzione scolastica.


Il famigerato bias di negatività, cioè il fatto che il cervello si attivi di più in corrispondenza di titoli negativi, penetra l’attenzione, la soggioga in una spirale perpetua. Una ricerca uscita su Nature offre un’analisi accurata in merito.


Upworthy, un sito web altamente influente, fondato nel 2012, che usa tecniche virali per promuovere nuovi articoli sui social media, ha raccolto una serie di prove empiriche. La partecipazione era numerosa, contando ben 22,743 utenti, di fronte a 105.000 variazioni dei titoli di giornale, che hanno generato 5,7 milioni di click e più di 370 milioni di prime impressioni.


Cosa dicono i risultati: i contenuti contenenti parole negative (parole che evocavano tristezza) ottenevano il più alto numero di click, contrapposti ai contenuti contenenti parole più positive (che evocavano per lo più gioia). Quella foto, quel titolo, quella notizia, per quanto fattuali siano, strumentalizzano il pensiero e l’interpretazione che attribuiamo ad un sistema già fragile.


Gli effetti della narrazione negativa sulla scuola


Oltretutto, il sentimento di demoralizzazione coglie da vicino insegnanti, genitori e studenti. I ricercatori della Curtin University, hanno intervistato un campione di 268 insegnanti e 206 genitori, scoprendo che l'85% degli insegnanti e quasi tre quarti dei genitori ritenevano che la rappresentazione del settore educativo da parte della stampa fosse principalmente negativa.


Tra questi intervistati, otto insegnanti su dieci hanno dichiarato di sentirsi demotivati da queste testate, con la metà dei genitori che condivideva questo sentimento.

Kathryn Shine, responsabile del corso di giornalismo presso la Curtin University e una delle autrici del rapporto, ha citato le prestazioni nazionali nel PISA 2015 come esempio.


Gli studenti australiani hanno ottenuto 510 punti in scienze, un risultato superiore alla media OCSE di 493. Tuttavia, i resoconti giornalistici si sono focalizzati sulle materie in cui l'Australia era rimasta indietro rispetto ad altre nazioni. Questo tipo di rappresentazione è stato individuato dai ricercatori come un fattore determinante nella decisione di molti professionisti dell'istruzione di abbandonare l'insegnamento.


D’altro canto, le notizie positive sugli insegnanti, le scuole o il sistema educativo facevano sentire incoraggiati i due terzi degli insegnanti e genitori partecipanti all'indagine.


Vedere meno, vedere meglio


Non solo l’abilità di uscire dal cerchio viene smontata, ma le cose belle, siano esse piccole o più grandi, vengono allontanate allo sguardo e alla coscienza. Dunque, se ci riappropriassimo di questa meravigliosa facoltà donata da Madre Natura? Se ci decidessimo a destituire l’algoritmo dal suo incarico e re-imparassimo a scegliere le immagini da guardare?

Forse converrebbe vedere meno, ma vedere meglio.

Un tempo la miopia affliggeva la popolazione, oggi siamo liberi di scegliere le lenti da indossare.


Sì, il discorso sembra marchiato di anacronismo: come fai a dire di tenersi motivati quando i volti sono solcati dalle insufficienze, dalle riunioni vane, da una burocrazia iper-regolamentata? E' questa la sfida di resistenza, da accettare con un occhio aperto per tenersi realistici, e l’altro aperto in veglia del futuro che vorremmo, anche parzialmente, divenisse realtà.


Fonti


Homo videns – Televisione e post-pensiero, Giovanni Sartori, Sagittari Laterza, 1997 (pp. 5-8, 19-20)



Negativity drives online news consumption: https://www.nature.com/articles/s41562-023-01538-4


Teachers find negative news coverage of education system demoralising – survey


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