Cosa Non ci raccontano sul Genio - la Filosofia di Bergson, con Salvatore Grandone
- grautivity
- 24 apr 2024
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 23 set 2024
Il genio ha bisogno di nutrirsi dalle radici più profonde del sapere. Indirizzarsi a un’educazione più tecnica compromette le possibilità di emergere.

Quest’oggi abbiamo avuto un ospite incredibile, un membro del nostro team. Salvatore Grandone, filosofo, autore e docente liceale, il quale ci ha guidati alla scoperta di un celebre filosofo Novecentesco, Henri Bergson. L’incontro riguardava una tematica centrale della sua opera, soggetta a diverse controversie e stereotipi sociali: il Genio. Ma come mai abbiamo deciso di parlarne?
Il motivo è semplice. La genialità, nel gergo collettivo, viene ricondotta alla produzione di idee rivoluzionarie, a una vita trascorsa da eremiti, isolandosi da tutto il resto. Al contrario, i caratteri del Genio approfonditi in questa puntata, hanno una ragione d’essere e possiamo prenderli d’ispirazione per coltivare le nostre passioni anche se fuori piovono novità costantemente.
Perciò cosa non ci raccontano sul genio?
Innanzitutto grazie per avermi invitato. Oggi voglio analizzare ciò che offre Bergson nelle lezioni tenute durante il suo corso di filosofia. Egli attraversa 3 fasi del Genio: la produzione, la sensibilità e il processo creativo. La produzione geniale è caratteristica perchè feconda, quindi la sua creatività investe una grande quantità di opere, ed è varia, ovvero legata a diversi ambiti. La profondità, riferita all’intensità con cui viene perseguita una ricerca, strettamente connessa alla natura, princpale fonte d’ispirazione.
Successivamente si sofferma sulla sensibilità, caratterizzata da un senso ipertrofico, più amplificato degli altri, che permette al Genio di contemplare l’oggetto. Ad esempio se la vista è più sviluppata riuscirà a cogliere sfumature e dettagli invisibili all’occhio di altre persone.
L’ipertrofia dei sensi dev’essere compresente ad altri tre fattori prioritari: l’ispirazione, in mancanza della quale manca la giusta spinta nel raggiungimento di uno scopo; la pazienza, il coraggio quindi di non aspettarsi nulla nell’immediato; la ragione, facoltà che porta alla formulazione di un senso logico dietro alla produzione.
Una distinzione da precisare, soggetta a tanti fraintendimenti, è tra Genio è folle. Apparentemente entrambi sembrano distratti, quando invece il genio riesce a concentrarsi e a canalizzare le energie creative in un obiettivo, nel folle al contrario è assente questa peculiarità.
Hai parlato di sensi ipertrofici, ma solo alcuni possono averli o tutti sono in grado di diventare dei geni, essendo la sensibilità appartenente all’uomo?
Bergson si colloca in una posizione mediana. Sostenne una Conferenza agli studenti di Madrid, dove spiegò come la genialità possa emergere trovando il proprio centro, intorno al quale si raccolgano le energie spirituali. Questo permette di trovare una direzione e scovare qualità in altri inombrate, grazie alla conversione dello sguardo dall’esterno (tipico della società di oggi) all’interno.
E’ bellissima questa riflessione, al che mi sorgono due domande. La prima è, a fronte dell’iperspecializzazione è ancora possibile per il genio uscire fuori? E c’è speranza, visto l’orientamento scientifico del nostro Paese, per i geni umanistici di mettersi in gioco?
Il giudizio di Bergson era profondamente negativo a riguardo. Definiva il sapere tecnico-scientifico come limitante al vero potenziale della persona. Egli è contrario a una scuola che faccia sviluppare competenze tecniche che avviano subito al mondo del lavoro e a favore di un bagaglio di studio comprensivo del settore umanistico. Il genio ha bisogno di nutrirsi dalle radici più profonde del sapere, di conseguenza indirizzarsi a un’educazione più tecnica compromette le possibilità di emergere. Quelle del nostro mondo sono sfide complesse, quindi il pensiero di Bergson è molto attuale; anche al suo tempo vigevano scuole elitarie. Poi terrei a evidenziare che ognuno è figlio della sua epoca, così lo è il genio.
Per rispondere alla seconda domanda, Bergson studiava da molteplici fonti. L’importante è lasciarsi guidare dalle domande. Prima di scrivere “L’evoluzione creatrice” si è posto la domanda di come funziona l’evoluzione, il vivente, ed è passato allo studio di svariati articoli e libri in tema, arrivando dopo ben 10 anni al compimento dell’opera.
Caspita, se pensiamo al divario con l’epoca attuale dove il motto è “tutto e subito” è pazzesco. Era pure coerente con le sue riflessioni, egli stesso dimostrò di essere paziente nei confronti dei suoi studi.
Infatti diceva agli studenti di Madrid: “Il filosofo è colui che riesce a farsi sempre studente”. Solo quando trovava delle risposte cominciava a scrivere, e ciò sottolinea delle differenze con la generazione attuale, in cui sono tutti votati per i risultati immediati.
Mi è venuto in mente un altro quesito. È possibile riuscire a spaziare su più discipline o bisogna essere predisposti?
Bergson mette al centro l’idea della conversione dello sguardo, ribadendo che in quanto viventi siamo portati all’azione. Questo è un tema tipico della filosofia antica, perchè vi è al centro il motto “Conosci te stesso”, e quando Bergson parla del concetto di intuizione esplicita che non debba essere standardizzata, altrimenti la fluidità e fruibilità del sapere si inaridisce. È una delle ragioni che lo portò a vincere il Premio Nobel, grazie alla malleabilità del suo contributo, reso coinvolgente soprattutto dalle immagini, che rendono mobili i concetti.
Abbiamo parlato di quanto tutto corra alla velocità della luce, allora un’ultima domanda che ti voglio porre è in che modo è possibile ritrovare il proprio centro nonostante fuori ci sia un andirvieni di opportunità?
Bergson afferma che bisogna cominciare a raccogliere se stessi, ad avere cura di sè e dell’anima. Questo non significa chiudersi, perchè come insegnano gli antichi filosofi se non guardi dentro di te non riuscirai ad approfondire nemmeno i rapporti con gli altri. Perchè abbiamo una visione statica della realtà? Perchè abbiamo un modo di vedere l’azione puramente pratico. Invece, volgendo uno sguardo introspettivo al nostro interno, perfino le cose semplici sembreranno complesse. È un esercizio che non accade dall’oggi al domani, ma con un perenne studio motivato, finalizzato all’apprezzamento del processo.


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