Dimentica le Lezioni a scuola - L'Arte di Vivere ep. 4 - con Salvatore Grandone
- grautivity
- 29 apr 2024
- Tempo di lettura: 10 min
Aggiornamento: 23 set 2024
“Spesso molto di quello che noi studiamo non serve a molto, soprattutto perché l'insegnamento tradizionale è un insegnamento riempitivo"

Siamo tornati con il nostro Salvatore Grandone! Siamo sintonizzati sulla nostra carissima serie de “L’arte di vivere”, che risponde alla grandiosa e mistica domanda: “Come posso cambiare?”. Montaigne è un filosofo diverso dagli altri, ma come si distingue?
Ciao Christian. Il titolo è partito con una considerazione provocatoria: "Dimentica le lezioni a scuola". Per spiegarlo bisogna scavare nella storia di Montaigne. E' un filosofo francese del Rinascimento e, per l'esattezza, ci troviamo nella seconda metà del Cinquecento. Vive in un contesto storico molto complesso: nell'epoca in cui in Francia vi sono le guerre di religione, guerre veramente sanguinose.
Una guerra civile che dura da molti decenni, non solo religiosa ma anche politica, cominciata intorno al 1560 e terminata addirittura alla fine del Cinquecento. Tutto nasce da una profonda crisi dinastica, perché muore Enrico II e siamo alla fine delle guerre d'Italia. Enrico II non ha successori al trono e quindi la situazione diventa complicata, dalla quale divampa questa guerra sanguinosa.
Montaigne nasce in questo contesto storico, ed è molto importante dirlo. Più il contesto storico in cui viviamo è complesso e più ci poniamo domande esistenziali.
Montaigne viene da una famiglia della nobiltà di Toga e viveva nella zona di Bordeaux. Però, nonostante ciò, vive una serie di lutti nella sua esistenza: a partire dal 1570 circa perde il padre, poi perde suo fratello, morto giovanissimo a 25-26 anni, poi perde anche la sua prima figlia (nel 70-71) e poi perde il suo migliore amico che era un filosofo. Era molto sfortunato in quel periodo, era un periodo tragico. Muore perfino il suo miglior amico, La Boétie di una malattia molto comune all'epoca, la peste.
Segnato dai lutti, Montaigne decide di dedicarsi pienamente alla filosofia. È chiaro che lui già aveva interessi filosofici, ai quali ora si dedica pienamente. Cerca una filosofia che lo aiuti a vivere bene. In poche parole la filosofia deve aiutarlo a guarire da se stesso, dalle sue angosce, dalle sue ossessioni.
La paura della morte
La prima ossessione che lui ha è la paura della morte.
Una paura che lo attanaglia perché sta segnando in modo drammatico la sua esistenza.
Riprende così in modo originale gli esercizi spirituali degli stoici, degli epicurei, degli scettici, ma anche dei cinici. Conosce benissimo tutte quelle filosofie che abbiamo visto no nei nostri episodi precedenti. In un primo momento prova ad applicare quel famoso esercizio spirituale degli stoici del memento mori, provare a guarire da quest'ossessione pensandola.
“Penso ancora di più alla morte, cerco di fissarla nella mia mente” dice Montaigne.
“Ogni giorno cerco di raffigurarmela in modo tale che più mi raffiguro ciò che mi fa paura, più a un certo punto questa paura dovrebbe passare perché io mi abituo a pensarla, mi abituo a razionalizzarla.”
Però qual è il paradosso? Ecco perché è un filosofo molto originale. Dice in un tono un po' ironico: “io ho provato a praticare questo esercizio, però più praticavo il memento mori, in realtà più ero impaurito dalla morte, più ero ossessionato da questo pensiero, insomma la questione non riuscivo affatto a risolverla.”
Adesso ti racconto una storia. In realtà riesce a risolvere il problema per caso. Cosa accade? Un giorno Montaigne fa una delle sue solite visite nel suo podere per controllare cosa fanno i contadini, e ovviamente come è tipico di questi nobili, cavalca un piccolo cavallo (un po' anzianotto) che si muoveva con difficoltà.
Come tutti i nobili, quando compiono queste visite nel loro podere non sono soli, sono accompagnati da una serie di servi, di persone che chiaramente lo affiancano, a volte anche i contadini stessi.
Uno dei suoi servitori, molto più giovane e bello forte, era in sella a un cavallo, e a un certo punto perde il controllo travolgendo il povero Montaigne. Viene disarcionato, cade da cavallo, si fa molto molto male e sviene. Infatti tutti pensano che sia morto!
Poi si rendono conto che respira ancora e cominciano a trascinarlo verso casa. Intanto Montaigne, non si ricorda quasi nulla. “Devo dire la verità? So solo che in base a quello che mi hanno detto, vomitavo sangue, deliravo, dicevo cose senza senso e poi mi hanno accompagnato a casa e mi hanno sdraiato sul letto. Sono stato lì per settimane in uno stato quasi di coma” e prosegue con una frase spiazzante:
“Mi hanno raccontato tutto, ma io in quel momento stavo bene, mi sentivo leggero, non provavo nessun dolore”.
E’ come se avesse vissuto una sorta di stato quasi di pre-morte, e a un certo punto “Poi sono uscito da questo stato di profondo torpore e ho sentito tutti i dolori delle ossa fratturate e poi sì, dopo tanti mesi mi sono ripreso”. Continua Montaigne: “Però questa esperienza mi ha insegnato una cosa molto importante: se non sapete morire non preoccupatevene, la natura vi istruirà sul momento, in modo completo e sufficiente. Essa compirà a puntino quest'operazione per voi, non datevene voi la briga”.
Che cosa vuole dire? Montaigne dice: “State tranquilli, non pensate troppo alla morte, non abbiate paura della morte, perché tanto alla fine quando verrà, tutto il lavoro lo farà lei per voi”. Tutta quella ansia, quella paura che voi adesso provate nel figurarla passerà così, come è successo a me. Questo concetto, per ricollegarci alla domanda di partenza, significa avere più leggerezza, stare meglio!
È in effetti è proprio questo il punto. La cosa interessante è che con questa prospettiva, vuole dire che l'esercizio stoico, tutto sommato, non è necessario. Il modo migliore per non avere paura della morte, in effetti, è non pensarci. Questo è tra l’altro un esercizio epicureo, perché gli epicurei dicevano che non ha senso pensare alla morte: quando la morte c'è tu non ci sei e quindi devi vivere pienamente nel tuo presente.
L'utilità di cambiare prospettiva
Montaigne opera una sorta di switch, potremmo dire.
La sua esperienza vissuta gli insegna che forse in quel caso conviene seguire l'insegnamento epicureo: concentrarsi sul proprio presente.
Ci fa capire che quando si fa filosofia non bisogna essere dogmatici. “Io sono stoico allora devo seguire la scuola stoica fino alla fine”.
In alcuni casi un esercizio spirituale come quello degli stoici può funzionare, in altri casi non funziona e ne devi utilizzare un altro, magari epicureo, anche scettico, anche cinico. Quando leggi i saggi di Montaigne, quest'opera monumentale che lui ci ha lasciato, trovi proprio questo, un continuo cambiare prospettiva sulle cose.
Infatti del resto, cambiare continuamente prospettiva sulle cose è l'atteggiamento tipico anche degli scettici, che non danno mai nulla per assodato. Molti l'hanno definito come un pensatore scettico, ma in realtà c'è molto di più, perché è epicureo, è stoico, è cinico, unisce quindi tante tradizioni. La sua è una filosofia in situazione. “O la filosofia mi aiuta a vivere meglio e a guarire dai miei problemi, dalle mie ossessioni, a guarire anche dalle mie presunzioni, dalla mia boria, dai miei difetti, o non serve a niente”.
Se la filosofia mi deve aiutare a guarire, deve essere terapia per me, terapia dell'anima. A questo punto io attingo dove mi pare, purché stia meglio.
Quello è un po' il fondamento della filosofia.
Esatto! Montaigne era anche un grande erudito, come tanti uomini del Rinascimento. Conosceva benissimo il latino, il greco, il latino addirittura era praticamente la sua lingua madre, perché il padre lo costrinse, quando era bambino, a parlare con un precettore tedesco, solo in latino. Siccome il precettore tedesco non conosceva il francese, Montaigne, quando era piccolo, fino ai sette anni, in casa parlava solo in latino.
Immagino questo pargoletto che sembra quasi indemoniato!
La terapia della solitudine
Ti devi immaginare una situazione del genere.
Però poi questo gli permetterà in seguito di leggere i grandi classici della letteratura latina, non in traduzione, ma soprattutto a poterli apprezzare a pieno. Poi un altro esercizio su cui volevo farti riflettere, molto interessante, su cui ci sarebbe tanto da dire, è la questione del retrobottega, perché si ricollega anche ai temi di attualità che noi spesso affrontiamo anche in altri nostri episodi.
Per Montaigne la scrittura è terapeutica, quindi come hai potuto intuire, scrivere per lui serve a guarire. È un viaggio in se stesso, nel proprio io. Osserva una cosa molto bella: “Io ho cominciato a scrivere, però più guardo nel mio io, più mi rendo conto che il mio io è un qualcosa di indecifrabile, è una realtà dinamica che varia continuamente e che in effetti non riesco mai a cogliere”.
E non è affatto una sostanza, un qualcosa che posso definire, che posso abbracciare. E allora cosa cerca di fare? Con la scrittura cerca in qualche modo di seguire le infinite sfumature del suo io, ed è per questo che “I saggi” sono un'opera meravigliosa, monumentale e a volte spesso anche contraddittoria. Infatti tu trovi nei saggi di Montaigne prospettive diverse, tesi diverse, sostenute con la stessa convinzione. Diceva che un giorno poteva essere convinto di una cosa, ma un altro giorno poteva pensare l'esatto opposto.
Questo lavoro di introspezione, affermava, richiede un'altra cosa fondamentale, ovvero dare il giusto valore e il giusto peso alla solitudine.
Montaigne dice: “Se tu vuoi indagare a te stesso, se tu vuoi compiere questo viaggio di introspezione”, che è l'unica possibilità secondo lui anche per guarire dalle tue ossessioni, “per cambiare veramente, devi cercare anche di costruire degli spazi di solitudine”.
Nella sua dimora, si è fatto costruire una torre, chiamata anche “La torre del filosofo”. In questa torre lui aveva il suo studio, dove passava spesso giornate intere immerso nella sua biblioteca. Poi sui muri riportava le massime famose degli epicurei e degli stoici..
Questo era un esercizio che faceva anche Marco Aurelio, tipico degli stoici, che già abbiamo analizzato. Montaigne, questo suo studio, lo chiamava anche il suo “Retrobottega”, nel senso che “io lì sto tranquillo, solo con me stesso, e quelli sono i miei momenti in cui guardo dentro di me, in cui compio questo viaggio interiore”. Questo tema fa anche pensare molto a Pascal, di cui poi parleremo in un altro episodio.
Pascal dice: “In realtà il problema dell'uomo comune, è che non riesce a stare da solo chiuso in una stanza”. Noi abbiamo paura della nostra solitudine, perché nei momenti in cui sei solo tutti i tuoi pensieri rimossi cominciano a venire a galla, insieme alle tue paure, le tue ossessioni, le tue frustrazioni.
Hai una testa piena o ben fatta?
Invece Montaigne si guarda in faccia, per quello che è, senza paura si affronta, e soprattutto anche in un modo ironico, con leggerezza in un certo senso. Infatti spesso si prende anche in giro, è autoironico. Per esempio prende in giro la sua statura, perché lui era piccolino, era bassino, non era corpulento rispetto ad altri uomini del suo tempo. Era molto esile, un po' gracile, e si prende in giro tranquillamente, e questo ti fa capire quanto non sia semplice.
L'operazione di Montaigne è molto complessa, perché il problema qual è? È che quando tu ti guardi per quello che sei, la prima ferita che hai è la ferita nell'amor proprio. Davanti agli altri, come affermava anche Pascal, ti presenti in un modo e poi ti convinci talmente tanto di essere quella persona, piena di pregi e di virtù, che rimuovi il tuo io reale. Nel momento però in cui lo affronti, lo guardi per quello che è, ti scopri con tutte le tue fragilità, quindi ecco perché abitare in retrobottega non è una cosa semplice.
Vorrei solo aggiungere un'ultima cosa e poi lasciare un po' di domande. Montaigne, in tema di educazione, che noi di Grautivity sappiamo giocare un ruolo fondamentale, è molto illuminante. Sicuramente conosci quel titolo di Morin, “La testa ben fatta”: è una frase di Montaigne. Da dove nasce? Specifico essere una frase tratta da un libro, all'interno dei “Saggi”, in cui lui parla della sua esperienza di studi. A un certo punto lui dice “Non bisogna avere una testa ben piena, ma una testa ben fatta”.
Questa è la frase.
Bellissima!
Per capirla però bisogna andare a guardare brevemente il racconto che fa Montaigne del periodo dei suoi studi.
Quando era bambino, fino ai sette anni lui ha avuto il precettore di cui parlavamo. Questo precettore, parlando con lui in latino, assecondava anche i suoi interessi. Quindi se ci pensi, un'educazione molto libera, molto originale fra l'altro. Diceva lo stesso Montaigne: “Nessun altro genitore aveva pensato una cosa del genere”. Poi che cosa fa però? Il padre, siccome si preoccupa del fatto che il figlio doveva avere un'istruzione tradizionale, lo manda in un collegio di gesuiti a Bordeaux, che ovviamente, come già ti ho detto, era la città più vicina.
Montaigne riceve un'istruzione tradizionale, molto nozionistica, con punizioni corporali. Siamo comunque nel Cinquecento, quindi l’istruzione era molto rigida. “Mamma mia, ho studiato tantissime cose, ho imparato tanto, e i classici latini che mi piacevano così tanto a un certo punto ho cominciato persino un po' a odiarli”, citava.
Chiaramente quando lo studio viene imposto in un determinato modo... sono mazzate, insomma!
Esatto. E la cosa interessante affermata da Montaigne, più avanti ripresa da Cartesio, accomunati da un'esperienza analoga: “Quando sono uscito da scuola non ero sicuro se sapevo più di prima o meno di prima”. Afferma persino “Forse il latino lo conoscevo meglio prima di andare a scuola”. Tuttavia sottolinea che “la cosa positiva”, per come era fatto lui, “è che per fortuna io tendo a dimenticare molto e a essere anche un po' lento a capire”.
Che cosa significa? Spesso ti fanno studiare tanto, magari tante cose inutili; è bene allora dimenticare quasi tutto, perché spesso molto di quello che noi studiamo non serve a molto, soprattutto perché l'insegnamento tradizionale è un insegnamento riempitivo.
“Io dimenticavo quasi tutto, però poi col tempo ho scoperto che tutto sommato non è male, perché molte delle cose che ho studiato erano del tutto inutili, quindi dimenticarle non è stato poi così male”.
Io so che esiste il detto “reimpara le cose come se non le avessi mai viste prima, anche se pensi di saperle”.
Esatto. Nota sempre il tipico atteggiamento di Montaigne, di cambiare prospettive. Dice di dimenticare quasi tutto, però al contempo leggere molto. Cerca anche di essere lento a capire, perché questo ti permette di rileggere le cose, di prenderti più tempo per riflettere su quello che stai studiando. Essere lenti a capire tutto sommato non è un difetto, ma è una virtù.
Montaigne propone vari esempi, essendo stato per molto tempo sindaco di Bordeaux insieme ad altri ruoli importanti a livello giuridico e amministrativo. Spesso doveva dirimere una serie di questioni, anche a volte dei processi. Fu anche giudice per un certo periodo, e quindi doveva affrontare una serie di questioni a volte delicate.
Montaigne continua “per fortuna che ero lento, perché molte cose legate alla mia difficoltà a capire subito, mi permettevano di farmi avere più tempo e riuscivo anche a esaminarle meglio”. E grazie a questo capitava che nuovi eventi andavano a levarmi l'impaccio, una determinata decisione non la dovevo più prendere, perché sopraggiungevano altri eventi che risolvevano da sé il problema.
Faccio un esempio mio personale. Normalmente andavo male in matematica, nel senso che non sono una persona che ragiona in maniera molto divergente e artistica. Sono sempre stato molto più lento a comprendere le cose di logica, le cose tecniche. Poi penso magari anche a tante persone come me, però questa frase di Montaigne rincuora. Il fatto di essere lenti a capire ti permette forse di riuscire a ricordare più facilmente certe nozioni, quindi poi ad agganciarti, a palestrarti di più anche sulla pazienza.
È questo! E poi devi pensare che in questo modo ti fa capire che tutte queste cose che noi studiamo a scuola, all'università, eccetera, devono, se veramente sono utili, plasmarci più che in realtà imbottirci. Però Montaigne, se ci pensi, lo dice come un uomo del Rinascimento. Intende che la testa ben fatta deve aiutare a cambiare, a vivere meglio. Leggo Plutarco, leggo Epiteto, leggo Marco Aurelio e così via, ma perché devo cercare di cambiare me stesso.
Vivere bene significa avere appreso ad affrontare le proprie paure, le proprie ossessioni, a sapere indirizzare o almeno controllare, quelle passioni che spesso la società tende ad alimentare eccessivamente.
Ecco perché Montaigne passa da un filosofo all'altro continuamente: deve dare delle risposte a delle domande importanti che lo riguardano in persona. Per lui è una questione di vita o di morte, ecco il punto fondamentale. Vive infatti in un'epoca così complessa, per una persona così profonda e sensibile, che attraverso la filosofia deve trovare delle soluzioni a questi problemi.
Ottimo Salvatore, io ti ringrazio per tutte le riflessoni che hai portato oggi, e noi ci vediamo al prossimo episodio, sta volta su Pascal!
Grazie a te Christian, a presto!


Commenti