Il coraggio di fare l’insegnante - il messaggio di Erin Gruwell in Freedom Writers
- grautivity
- 7 mar
- Tempo di lettura: 4 min
“Voi siete arrivati fino a questo punto. Voi ce l’avete fatta, io non ho fatto nulla. Se siete riusciti nei vostri obiettivi, lo dovete a voi. Quindi ce la potete fare anche senza di me”.

Una citazione da Pelle d’oca, che riassume un’opera d’arte educativa, basata sulla storia vera dell’insegnante Erin Gruwell, donna destinata a cambiare la vita di migliaia di studenti. Un'avventura disponiibile su Netflix, uscita nelle sale nel 2007, con una situazione di partenza tutt'altro che rassicurante. Una classe incandescente dalla rabbia, vittima di abusi e ingiustizie, senza speranza. Una bufera adolescenziale pervasa da vissuti difficili, fatti di gang, violenze e pregiudizi razziali. Ma niente di impossibile per un’insegnante al primo giorno di cattedra, decisa più che mai a fare la differenza in uno scenario di estrema fragilità.
Questo film, a mio modesto parere, mostra con estrema chiarezza le sfide che il mestiere di insegnante porta con sé, dove non c’è titolo che regga al confronto con la realtà dei fatti. Mostra che la scuola è fatta per dare spazio alle sofferenze, al malessere e ai bisogni umani.
Miss Gruwell parte ambiziosa, con uno sguardo acceso, colmo di speranza, nonostante lo scudo pessimista della dirigente. Lei, tuttavia, non si arrende. Rema contro il caos, il bullismo nei suoi confronti e i dissapori tra i compagni, mossi da una rabbia ancora da tirare fuori. Sedersi di fronte a 20 volti significa mettere mano nell'imprevedibile. Lo strapiombo che trasforma la paura in rabbia e frustrazione, è dietro l'angolo. Miss Gruwell però, non demorde. Decide di trovare un argomento che imprima una svolta. Domanda chi conoscesse Tupac, uno dei rapper più conosciuti del secolo scorso, molto noto nelle gang afroamericane. Il risultato fu che i ragazzi non si sentivano ascoltati. Espressero all’insegnante lo sdegno verso l’assenza di strumenti per cavarsela in una vita di ingiustizie, soprusi e pistole alla tempia.
Ed è lì che accadde l’inaspettato.
Uno degli studenti rimase incuriosito da una parola, nominata dalla Gruwell durante la lezione:
Olocausto. A scatenare questa curiosità, fu un disegno offensivo realizzato da uno della classe. In una situazione del genere, la reazione di un insegnante sarebbe stata a un bivio, ovvero scegliere tra il rimprovero e la trasformazione del problema in opportunità.
Lei optò per la seconda, scelta che non poteva essere più azzeccata.
“Cos’è l’Olocausto?” chiese Ben Samuels, unico studente bianco della classe.
La storia legittima ancora una volta il suo compito demistificatorio, dove singoli fatti riverberano nelle coscienze, seppur scritti in pagine in apparenza asettiche. A quel punto, la missione acquisì lucidità: fare percepire ai ragazzi le loro uguaglianze.
L’ingegno della Gruwell le fece strada.
Una mattina entrò nella classe con un nastro rosso, col quale divise due gruppi di studenti, uno di fronte all’altro. L’indicazione era semplice: fare un passo avanti se si corrispondeva agli spunti proposti (ad esempio, “Faccia un passo avanti chi ha perso un amico in una sparatoria”).
Successivamente, dentro ad alcune scatole sulla cattedra, erano inseriti dei quaderni, uno per ciascuno, in cui ogni studente avrebbe scritto ogni giorno quello che voleva. La seconda indicazione, consisteva nell’inserire dentro un armadietto apposito il proprio quaderno, qualora si desiderasse che venisse letto dalla Gruwell.
Il risultato fu scioccante, considerata la situazione di partenza.
L’armadio conteneva i quaderni di tutta la classe.
Lo scopo era ormai raggiunto. Dopo questo intervento, la fiducia degli studenti crebbe, e di conseguenza il legame di rispetto instaurato con una figura dapprima percepita con astio. L'auto-narrazione ha svelato un potere incredibile, quello di fare da mediatrice con un passato inesplorato, rimasto sottosopra negli archivi dell’incomprensione.
Inoltre, il film è un esempio per un’altra ragione. Insegna il potere straordinario di agire con uno scopo in sinergia gli uni con gli altri. L’evidenza di questo è in una raccolta fondi stabilita in gruppo, per invitare una delle protagoniste della biografia di Anne Frank a raccontare le vicende viste dai suoi occhi.
Trovo ingiusto che una figura come l’insegnante venga spesso diseredata da un proposito così viscerale e sensibile, per essere ridotta a fini di intrattenimento, nozionismo e dettatura. Freedom Writers antepone, a mio avviso, un red carpet meritevole a un lavoro troppo spesso sottovalutato.
Il messaggio implicito che ho colto, è quello di oltrepassare l’apparenza, un’intenzione che comporta il ribaltamento delle aspettative altrui, perfino dei piani alti. È un atto di coraggio che Miss Gruwell ha saggiamente applicato comunicando (“mettendosi in comune”) con i vissuti di biografie messe a tacere. Immaginiamo una scuola alfabetizzata alle esigenze reali della nuova generazione, e di quelle che verranno, pronta a farsi da portavoce al nuovo presente e all’imminente futuro. Invece di iniziare una lezione con le nozioni, si potrebbe optare per un dialogo attivo con il target (la classe), scoprendo insieme interessi, passioni, aspettative e difficoltà.
Un esempio di attività creativa potrebbe essere scrivere su dei post-it gli elementi che accomunano persone con culture e storie diverse.
Chi sarebbe veramente disposto ad agire come Erin Gruwell?


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