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Il problema dell’attenzione nell’ADHD: tra fenomenologia e alimentazone

Aggiornamento: 20 nov 2024

In collaborazione con Ania Limonta, studentessa in Biotecnologie per le Biorisorse e lo sviluppo Ecosostenibile e Salvatore Grandone, autore e insegnante di filosofia.


Quanti di noi, nel corso della giornata, si sentono sopraffatti dalla quantità di stimoli che ci circondano? Dalle notifiche del telefono alle conversazioni in famiglia, fino alle notizie che scorrono sui social media, il nostro cervello è costantemente bombardato da informazioni. In questo mare di stimoli, l'attenzione diventa un faro che ci consente di selezionare ciò che è importante e di ignorare il resto. Tuttavia, per alcune persone, questo faro non è sempre stabile. È il caso delle persone con ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), una neurodivergenza che altera profondamente il modo in cui l'attenzione viene vissuta e gestita.


L'ADHD, pur essendo conosciuto e studiato da oltre un secolo, continua a sollevare interrogativi, su come essere misurato e trattato. Per affrontare questa complessità, è necessario andare oltre i comportamenti esteriori e considerare il disturbo attraverso una pluralità di prospettive. In questo articolo parleremo della prospettiva filosofica e scientifica, passando dalla fenomenologia al microbiota.



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Attenzione e vigilanza: qual è la differenza?

Cosa si intende davvero per "attenzione"? Spesso, il termine viene usato in modo riduttivo per descrivere semplicemente la capacità di concentrarsi su un compito specifico, ma in realtà è un processo complesso che coinvolge non solo aspetti cognitivi, ma anche emotivi e sociali. È come un muscolo che può essere allenato e rafforzato, ma che, se non viene esercitato correttamente, può indebolirsi.


Una distinzione fondamentale da fare è quella tra "attenzione" e "vigilanza". La vigilanza è simile a un guardiano che resta all'erta per rilevare minacce o cambiamenti, pronto a reagire prontamente. L'attenzione, invece, si può paragonare a un esploratore che si immerge in un nuovo territorio, cercando di scoprire e comprendere i dettagli.


Sebbene entrambe le modalità siano necessarie per il corretto funzionamento dell'individuo, nell’ADHD si osserva un disallineamento tra questi due processi: la vigilanza può essere eccessiva, portando a una sensibilità amplificata verso gli stimoli esterni, mentre l'attenzione — intesa come focus sostenuto — risulta difficoltosa o intermittente.


Questa "disconnessione" tra vigilanza e attenzione implica che le persone con ADHD possano trovarsi spesso a reagire ai cambiamenti esterni piuttosto che a concentrarsi su ciò che è veramente rilevante in un dato momento. Ciò si traduce in un’esperienza di frammentazione e disorientamento che non è solo una questione di gestione di stimoli, ma anche una questione di coscienza e percezione.


I limiti dei test standardizzati


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Per decenni, gli psicologi hanno cercato di misurare l'attenzione attraverso test standardizzati, con l'intento di ottenere parametri oggettivi. Tuttavia, questi strumenti presentano numerosi limiti. In primo luogo, ignorano la complessità e la variabilità dell’esperienza umana. I test spesso non tengono conto di fattori contestuali come lo stato emotivo della persona, la relazione con l’esaminatore o l'ambiente in cui il test viene somministrato, tutti elementi che possono influenzare profondamente i risultati.


Inoltre, la maggior parte di questi strumenti misura aspetti specifici dell'attenzione, come la capacità di concentrarsi su un compito definito, senza considerare la varietà delle situazioni in cui l’attenzione può essere messa alla prova nella vita quotidiana.


In altre parole, l'attenzione è un processo dinamico che non può essere misurato unicamente attraverso test meccanici, ma deve essere osservato in interazione con la persona e il suo contesto sociale ed emotivo. Un bambino con ADHD potrebbe avere difficoltà a concentrarsi su un compito scolastico, ma potrebbe invece essere completamente coinvolto in un’attività che trova affascinante.


La difficoltà, quindi, non risiede nel fatto che la persona "non possa" concentrarsi, ma nel fatto che il suo cervello ha bisogno di stimoli particolari per mantenere l'attenzione.


La fenomenologia dell'ADHD: percezione, tempo e coscienza



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Il concetto di attenzione diventa ancora più interessante quando lo esploriamo attraverso la lente della fenomenologia, una corrente filosofica che studia come le cose si presentano alla coscienza e come le esperienze siano vissute in modo immediato e soggettivo. La fenomenologia ci aiuta a descrivere l'esperienza vissuta di chi ha l'ADHD, in particolare in relazione alla percezione del tempo e all'intenzionalità della coscienza, due aree che sono fortemente influenzate dal disturbo.


La percezione del tempo


Una delle caratteristiche centrali è la difficoltà nel gestire l'attenzione su attività prolungate, e questo è strettamente legato a un’alterazione della percezione del tempo. Nella fenomenologia, il tempo non è visto come un oggetto misurabile e oggettivo, ma come un’esperienza vissuta che scorre in modo fluido tra passato, presente e futuro.


Chi è ADHD può sperimentare una percezione del tempo frammentata: i compiti che richiedono attenzione prolungata sembrano eterni o, al contrario, sfuggono rapidamente senza che ci si renda conto del passare dei minuti. L'orientamento temporale diventa così difficile, e questo può rendere l'esperienza quotidiana più disorganizzata e discontinua rispetto a chi non ha il disturbo.

 

L'intenzionalità della coscienza


Un altro concetto centrale nella fenomenologia è quello di "intenzionalità della coscienza", che implica che ogni atto mentale è sempre diretto verso un oggetto, che sia un pensiero, un ricordo o un compito. Per chi è ADHD, questa intenzionalità può diventare instabile.


L'attenzione è continuamente distratta da stimoli esterni o da pensieri interni, impedendo alla coscienza di restare focalizzata su un obiettivo stabile. Il flusso di coscienza diventa quindi meno coerente, con continui salti e cambiamenti di focus. Questo porta a una sensazione di discontinuità e frammentazione nell’esperienza, che rende difficile integrare le diverse esperienze e compiere azioni orientate a un obiettivo.


Corpo e percezione: la disconnessione nel mondo


Maurice Merleau-Ponty, uno dei filosofi fenomenologici più importanti, ha sottolineato come la percezione sia un'esperienza incarnata, che coinvolge non solo i sensi, ma anche il corpo come luogo attraverso cui ci relazioniamo con il mondo. Gli ADHD sperimentano una certa disconnessione tra corpo e percezione, come se il corpo fosse "fuori sincrono" rispetto agli stimoli che riceve.

 

Microbiota e ADHD: una connessione in esplorazione

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Nei paragrafi precedenti abbiamo notato la complessità dell’ADHD. L’estrema dinamicità dei processi attentivi scatena diverse sconnessioni col presente. Il problema passa dal comportamento di per sé, a una serie di nodi nascosti. Ci troviamo in un connubio di neuroscienze e biologia, di mente e corpo. La filosofia cartesiana, sappiamo bene, scinde le due realtà, mentre al contrario le ricerche moderne smentiscono questo approccio.

 

La scienza, a proposito, sta esplorando la “partnership” tra parte cosciente (mente) e microbiota. Il nostro corpo ospita un affascinante ecosistema di microrganismi, il microbiota, che gioca un ruolo fondamentale nella nostra salute e benessere. Questo ecosistema è composto da circa 380.000 miliardi di batteri appartenenti a oltre 5.000 specie diverse, con una densità particolarmente alta nell'intestino.


Il microbiota, composto principalmente da batteri, supera numericamente le cellule del nostro corpo di dieci volte, confermandosi come un "organo invisibile" ma essenziale. Questi batteri non si limitano a convivere con noi: collaborano attivamente per il mantenimento della nostra salute.


Facilitano la digestione di alimenti che il nostro organismo non sarebbe in grado di processare autonomamente, producono vitamine essenziali, proteggono dalle infezioni e regolano il sistema immunitario. Inoltre, influenzano direttamente il nostro benessere mentale e comportamentale attraverso l’asse intestino-cervello, una rete di comunicazione bidirezionale tra intestino e sistema nervoso centrale.

 

L’asse intestino-cervello: un dialogo continuo

 

L'intestino è spesso definito il "secondo cervello" per la sua capacità di comunicare con il sistema nervoso centrale tramite vie neurologiche, immunitarie ed endocrine. Un esempio sorprendente è la serotonina, nota come "ormone della felicità", che viene sintetizzata per il 90% nell’intestino grazie all'interazione tra microbiota e cellule intestinali. 

 

Il microbiota contribuisce anche alla sintesi di molecole chiave per la regolazione dell'umore, dell'attenzione e delle funzioni cognitive, come la dopamina e gli acidi grassi a catena corta (SCFA). Queste sostanze sono note per avere livelli alterati nei pazienti con ADHD, sia adulti che bambini.


In particolare, gli acidi grassi a catena corta vengono prodotti tramite fermentazione batterica, e si teorizza che siano in grado di migliorare la funzionalità neuro-immuno-endocrina, e hanno un ruolo di mediazione nell’asse intestino-cervello. Inoltre, sono in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e influenzare direttamente le funzioni cerebrali. 

 

Microbiota e neuroinfiammazione

 

Un elemento centrale nella connessione tra microbiota e cervello è il suo impatto sui processi neuroinfiammatori. La disbiosi, uno squilibrio nella composizione del microbiota, può attivare una risposta immunitaria cronica attraverso il rilascio di citochine pro-infiammatorie.


Questo stato infiammatorio contribuisce all’attivazione anomala delle cellule microgliali, le "sentinelle immunitarie" del cervello, con effetti negativi sullo sviluppo e il funzionamento delle aree cerebrali responsabili delle funzioni esecutive e della regolazione emotiva.

 

ADHD e microbiota: una relazione emergente

 

L’ADHD è caratterizzato da disfunzioni neurochimiche, in particolare nei sistemi dopaminergico e noradrenergico, fondamentali per l’attenzione e il controllo degli impulsi. Alterazioni simili sono state osservate nelle connessioni cerebrali che coinvolgono la corteccia prefrontale. Diversi studi hanno suggerito che il microbiota possa influenzare questi processi attraverso meccanismi immunitari, infiammatori e neurochimici. 

 

Un esempio è l'effetto della disbiosi sulla microglia, che può compromettere il normale sviluppo cerebrale, soprattutto durante l’infanzia, una fase critica per il consolidamento delle reti neurali. Allo stesso modo, lo stress precoce, noto per alterare la composizione del microbiota, amplifica queste disfunzioni attraverso l’asse intestino-cervello.

 

Esperimenti su modelli animali hanno fornito ulteriori prove di questa relazione. Ad esempio, nei topi, alterazioni del microbiota intestinale hanno influenzato comportamenti legati all'ansia e alle funzioni cognitive, evidenziando il ruolo dei batteri intestinali nella regolazione delle vie neurotrasmettitoriali, in particolare della dopamina.

 

Verso nuove prospettive terapeutiche

 

Nonostante i progressi della ricerca, il legame tra microbiota e ADHD è ancora oggetto di studio. Tuttavia, le evidenze emergenti indicano che intervenire sulla salute del microbiota potrebbe rappresentare una strategia innovativa per affrontare questa neurodivergenza.


Alcuni interventi, come l'uso di probiotici, prebiotici e diete specifiche, stanno già mostrando risultati promettenti nel migliorare il comportamento e i sintomi associati al disturbo. Ad esempio, studi su bambini con ADHD che hanno seguito diete esclusive o integrate con fibre prebiotiche hanno mostrato una riduzione dei sintomi intestinali e miglioramenti nel controllo emotivo e comportamentale. 

 

Una lettura che vede convergere scienza e filosofia, può portare a ulteriori questioni sul piano etico. La coscienza, del resto, dipende strettamente da fattori neuro-fisiologici, di conseguenza dal nostro rapporto con il cibo che assumiamo. La responsabilità spesso viene attribuita ai meri sintomi, quando invece l’esperienza stessa di chi l’ADHD lo vive (così come altre neurodivergenze) semina su strade differenti. Il dibattito verterebbe anche sull’etica dietro ai prodotti proposti.

 

 

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