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La Scuola deve Produrre per le Imprese?

Una scuola che non produce la "materia prima" per le imprese, perde di spessore. In particolare, gli studenti (e futuri lavoratori) da impiegare in un mercato lavorativo  in forte decadimento - quello del terzo settore -  sembrano disinteressati. Infatti: "Perché 1 impresa su 2 (48,2%) fatica ad assumere? Il mercato chiede il 64% di operai specializzati che la scuola non “produce”". Questo è il titolo di un articolo pubblicato di recente sulla nota rivista Orizzontescuola, che commenterò con le mie riflessioni.


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Le aspettative sulla scuola sono innumerevoli, in merito agli svariati gap lavorativi, sociali e culturali che inaspriscono la critica nei suoi confronti. L'articolo uscito su Orizzontescuola, pone dinanzi un tema ampiamente discusso, che tuttavia solleva non pochi dubbi sulla vera missione di un organo istituzionale come la scuola.


Andiamo con ordine.


In prima battuta, vorrei soffermarmi su una parola abusatissima oggigiorno: produzione. La sua accezione non è negativa di per sé, ma in un'epoca sociale in cui viene idolatrata assuma una valenza poco umana. Il verbo “produce”, ripreso dal titolo dell'articolo, mi domando se sia stato virgolettato per smorzare una percezione di scuola effettivamente fordista, oppure se venga scelto per attrare l’attenzione di famiglie e imprese che, forse in buona parte, adottano in modo anacronistico un approccio meccanicistico alla persona.

Se la ragione dietro il suo utilizzo riguarda un allineamento ai valori del lettore tipico (con valori tradizionali) andrebbe rivisitata.


Narrare la scuola in quanto organo produttore di merce per aziende, riproduce un immaginario istituzionale dis-umano. Dico questo in misura concorde a un'idea di scuola come laboratorio propedeutico a un domani di compromessi, contratti (professionali e sociali), informazioni ambigue e un'economia che, per andare avanti, deve assumere manodopera. Tuttavia, un altro conto è spingere su una carriera tecnica quando, in quest'ultimo caso, il divario tra domanda e offerta sarebbe troppo discrepante.


Cosa intendo dire con questo?

Buona parte delle aziende si rapportano ai propri dipendenti come agli ingranaggi di un macchinario, che accrescono l'ammontare economico del contesto lavorativo. La somiglianza con la scuola è lampante: in ambedue i casi, i fini riversano nella produzione. Quando gli studenti terminano il ciclo di studi sanno già cosa aspettarsi, eppure le preferenze cambiano con il mutare delle tendenze socio-culturali.


Se la scuola non può risolvere il calo demografico – la popolazione in età lavorativa è scesa di 980 mila unità in 7 anni – può però fare moltissimo per orientare i pochi giovani disponibili verso i settori dove la richiesta è disperata. 

In questa frase evinco un’affermazione a doppio senso: la scuola è incaricata di orientare gli studenti verso il mondo del lavoro (e bisognerebbe discutere su cos’è l’orientamento e fino a che punto abbia una pertinenza scolastica); dato che il mondo del lavoro necessita in maniera “disperata” di personale tecnico, compito della scuola è indirizzare gli studenti su quelle scelte. Aggiungo che il ricorso all’appellativo “professionale” su questi istituti o mestieri mi pare un retrogusto di cinquant’anni fa - perché non denominarlo con il mestiere verso cui indirizza gli studenti, dato che la professionalità concerne ogni settore lavorativo?


Andrebbe rivisto, secondo me, il ragionamento per cui i giovani dovrebbero compensare esigenze di mercato, come se l’investimento di tempo, energie e competenze fosse “un favore” corrisposto alle imprese. La manodopera lavorativa andrebbe configurata su un canale biunivoco, a doppia facciata:


il lavoro offre un progetto professionalizzante concreto ai candidati, con eventuali prospettive di crescita economica; il lavoratore offre le sue competenze coerenti con il professionista che vuole diventare, nonché con una ipotetica auto-realizzazione (dico ipotetica perché, sia esso un lavoro cosiddetto tecnico o afferente ad altri settori, si tratta di un obiettivo ancora sconsiderato).

Potrebbe darsi che i neo-diplomati cercano lavori con prospettive di crescita sociale e professionale che le piccole imprese, oggi come oggi, stentano a prospettare, a fronte come detto sopra di condizioni lavorative meno appaganti. Un’altra possibilità è che i neo-diplomati provenienti da ITS ambiscano a corsi universitari che, almeno secondo una prima impressione - sembrino garantire una vita professionale migliore.


"La scuola deve orientare al mondo del lavoro". L'articolo enuncia questa affermazione, ma sarà vera? L’orientamento sappiamo essere di appannaggio dei pedagogisti, figure preparate a comprendere le necessità dei futuri lavoratori, con il compito di aiutarli a fare luce sulle vere abilità di cui dispongono, aprire loro gli occhi su quale possibile carriera indirizzarsi e avere gli strumenti per proporsi con efficacia, acquisendo fiducia in se stesse.

Missione della scuola, come ente istituzionalmente riconosciuto, è creare un contesto educativo e formativo che permetta agli studenti di acquisire le conoscenze e skills necessarie all’autonomia, e certamente ad affrontare le dinamiche sociali e cittadine. Quindi, il compito principe non è far confluire l'orientamento sui settori che ne abbisognano, bensì esortare, spronare gli individui su una traiettoria a loro coerente.


Nell’articolo, come in un’altra fonte uscita di recente, si evidenzia che prevalga uno stigma sui percorsi tecnici (ribadisco: dal mio punto di vista andrebbe adottata un’altra definizione), declassati a favore di istituti liceali. Questo accade perché un


"orientamento che anziché guidare l’alunno nella scelta più adatta alle proprie competenze e aspirazioni, tende a replicare stereotipi. Così la "scelta liceo studenti italiani" continua a prevalere su una valutazione realmente personalizzata del percorso di studi.”

Assumendo per vero che la scuola, in generale, propenda per una didattica nozionistica, poco esperienziale e, in aggiunta, non abbia a cuore le aspirazioni dei discenti, a stento riuscirà a far immaginare una vera realizzazione personale e sociale. Tuttavia, se persistono stereotipi rispetto alla specializzazione tecnica, mi domando quanto vadano relegati a una errata interpretazione veicolata dalla scuola, quanto a un cambio di rotta preferito dagli studenti.

A tal proposito, sorgono interrogativi ai quali varrebbe la pena di rispondere:


Qual è l'influenza delle informazioni reperibili in rete sul mercato lavorativo? Lo status-quo ideale ha subito variazioni a confronto con gli anni passati, dove la manodopera operaia era indice di una difficoltà economica ad iscriversi a istituti post-diploma o semplicemente ad accedere a carriere scolastiche dopo la terza media? Date le evidenti lacune economiche in cui versa il nostro paese, le famiglie spingono i figli su percorsi di laurea perché, in una prima impressione, potrebbero garantire un futuro economico più sicuro?


Il confronto con gli istituti tecnici e professionali è impietoso: solo il 12% degli abbandoni scolastici riguarda gli istituti professionali. Questo dato smentisce, almeno in parte, la percezione diffusa secondo cui i tecnici e i professionali sarebbero percorsi "facili" e poco impegnativi.

Il 51% degli iscritti alle scuole secondarie di secondo grado opta per una strada liceale Questa scelta, favorita dalla cultura italiana che vede il liceo come porta per l'università e un futuro migliore, penalizza gli istituti tecnici e professionali, percepiti come percorsi di minor prestigio. L'influenza sulla scelta dipende dai desideri familiari e l'impatto generato dal contesto di appartenenza.


In conclusione, andrebbe operata un'indagine precisa, qualitativa oltre che quantitativa, in grado di mettere in evidenza le lacune del terzo settore e di una formazione professionale. Compito del sistema scolastico è formare i discenti a prescindere da una domanda urgente da parte delle imprese, altrimenti soggiunge un deteriorarsi della vera auto-affermazione personale e professionale. Il problema perciò, comprende due aspetti in dialogo: l'effettiva preparazione offerta dagli organi scolastici e le sicurezze garantite dalle imprese.




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