top of page

Immaginare un futuro migliore, per cambiare le cose


Immaginare cambierà il mondo!


Seriamente, basta vedere un futuro migliore per mettere in pratica un cambiamento? Pensare nella propria testa “Le guerre cesseranno di esistere nel 2030” produce effetti tangibili? No, non proprio, altrimenti vivremmo nella noia più totale non sapendo più dove puntare il dito. L’atto di immaginare, però, spinge a vedere le cose da un’altra lente, ad alzarsi dalla sedia e impegnarsi concretamente.



Quello che pensi (diversamente), cambi


"Quando le persone immaginano che le cose possano essere diverse, cominciano a credere che possano esserlo veramente"


Una recente review ha analizzato la relazione tra l’immaginazione di futuri collettivi positivi (prospection) e azioni di cambiamento sociale. La ricerca ha preso in esame 20 articoli pubblicati tra il 2012 e il 2024, per un totale di 33 studi empirici, la maggior parte concentrati su temi legati alla sostenibilità ambientale e all’ecologia. Diversi sono i fattori scoperti. L’atto di immaginare un cambiamento positivo incentiva l’impegno in azioni collettive e di trasformazione sociale, indipendentemente dai tratti di personalità dell’individuo.


Circondarsi di stimoli coerenti con il futuro desiderato aumenta l’intensità con cui lo crediamo possibile. 

Un totale di ben undici review testimonia che gli effetti positivi hanno luogo a prescindere che l’immaginazione sia spontanea o indotta dall’esterno. E considerate un’altra cosa: l’individuo deve percepire l’immagine mentalmente accessibile, cioè facilmente immaginabile. Pensare a una scena irrealistica, con milioni di dettagli e forse pure il momento in cui vai in bagno (ammesso che non rientri già tra i tuoi desideri), affatica, e il cervello gradisce poco le cose impegnative.


E questo per quanto riguarda il singolo, ma cosa dire dell’ambiente?


Ebbene, puoi essere cintura nera nel concepire futuri realizzabili, ma se gli stimoli esterni sono disallineati, è dura. Le ricerche mostrano che circondarsi di stimoli coerenti con il futuro desiderato aumenta l’intensità con cui lo crediamo possibile. 

Hai presente Rocky Balboa? È ottimo catapultarsi mentalmente sul ring, ma se manca il tuo coach a tartassarti o degli avversari degni?


Alcune indicazioni: leggere articoli, guardare video, stare con persone motivate allo stesso modo stimola la motivazione al cambiamento. Il messaggio non vuole incitare a chiudersi a riccio nelle proprie credenze, tantomeno ad escludere mentalità diverse, se non opposte. Questo è il bias di conferma, ed è una brutta bestia.


In ultimo, studi ulteriori dimostrano un legame positivo con il pensiero utopico (Utopic Thinking) e il Mental contrasting – la contrapposizione tra lo stato attuale della società e la società ideale - i quali contribuiscono ai risultati menzionati prima e a diminuire la giustificazione che diamo a valori e comportamenti odierni (o System justification).


Sottolineati i risultati positivi, procediamo con le limitazioni della ricerca.

In primo luogo, prende in esame tematiche principalmente ecologiche e di sostenibilità ambientale, penalizzando la generalizzazione dei risultati su tematiche differenti. Dopo di che, fa ricorso a popolazioni WEIRD (occidentali, istruite, industrializzate, ricche e democratiche), non rappresentative della popolazione globale.

In compenso, fornisce una chiave di lettura interessante per capire cosa accidenti fare con tutte queste incudini che ci stanno piombando addosso.


Sperare per ridurre l'angoscia:


Ciò che conta non è tanto la certezza del risultato, quanto la combinazione tra valore attribuito all’obiettivo e percezione della sua raggiungibilità.

Siamo in ginocchio, troppe crisi a catena, dubbi amletici da risolvere e paranoie esistenziali. Intanto ci accorgiamo di aver lasciato il pollo nel forno. Succede che stiamo permanendo in uno stato di angoscia, la quasi convinzione (togli il quasi) che le avversità siano implacabili.


Verificata la relazione tra immaginazione e motivazione al cambiamento collettivo, c’è un ulteriore aspetto da tenere in considerazione. Un’emozione discriminata, reputata aleatoria, astratta, per disillusi, che potrebbe rivelarsi essenziale: la speranza.

Intuisco a cosa starai pensando:


“Come fa la semplice speranza a essere la motrice del cambiamento?”.


Non è la sola presenza della speranza, bensì la sua combinazione con l’immaginazione. Lascia che ti spieghi.

Senti che qualcosa possa mutare in meglio.

Ti domani perché tanti dubitino della capacità di modificare il corso degli eventi. In sostanza, non c’è speranza. Ovunque ti giri si respira negatività: dal collega in completa rassegnazione, all’amico/a in preda all’esaurimento, ai giornali straripanti di notizie tutt’altro che motivanti.


Purtroppo, succede che lo spirito d’iniziativa rimane talmente invischiato in questo torpore, da perdere ogni proprietà di pensiero creativo.

Certo, un’obiezione potrebbe essere:


“Sì, bello tutto, ma come faccio a sperare in una scuola migliore quando tutto va a rotoli? Sembra surreale illudersi di fare qualcosa di concreto mentre fuori nessuno fa il suo lavoro!”.


È vero, come biasimare questo pensiero.

Dopo l’immenso ammontare di studi, scoperte, contributi professionali su questioni educative (e altri ambiti socio-culturali), lo scetticismo è plausibile. Tuttavia, la letteratura mostra che la speranza non è legata alla certezza di esiti positivi, ma alla loro possibilità. Ciò che conta non è tanto la certezza del risultato, quanto la combinazione tra valore attribuito all’obiettivo e percezione della sua raggiungibilità.


Secondo lo psicologo Charles R. Snyder, la speranza è uno stato mentale positive fondato su due elementi fondamentali: la percezione che un obiettivo sia raggiungibile e la fiducia nella propria capacità di individuare percorsi alternativi per arrivarci. Studi successivi hanno mostrato che gli individui fortemente coinvolti in un risultato sperimentano un aumento accelerato della speranza anche quando le probabilità sono basse ma in crescita.


Concepire un’immagine mentale simula uno scopo non necessariamente realizzabile; la speranza è l’elettricità che lo tiene illuminato. 

 

“Ok, ma perché sperare se non ho garanzia di successo? Mettiamo che immagino un risultato futuro e ci spero, bene, non investo tempo e energie nel vuoto?”


Se ti sono venute in mente queste domande, bisogna chiarire meglio il ruolo di immaginazione e speranza. Entrambe sono tutt’altro che messaggeri garanti di riuscita provenienti dal monte olimpico delle soluzioni. Sono rispettivamente una facoltà e uno stato mentale ai quali, quando là fuori c’è una baraonda immane incontrollata, puoi appellarti in modo gratuito.


Concepire un’immagine mentale simula uno scopo non necessariamente realizzabile; la speranza è l’elettricità che lo tiene illuminato. 


Ti accorgi di non riuscire ad avvicinarti? Al posto di alzare bandiera bianca, delinei dei modi alternativi con cui raggiungere la meta. Questo significa che la speranza può esistere anche in condizioni di incertezza elevata, purché l’obiettivo sia percepito come significativo. Non si tratta quindi di aspettarsi che le cose vadano bene, ma di ritenere che valga la pena impegnarsi perché possano andare meglio.


La ricerca in psicologia sociale ha iniziato a mostrare che la speranza svolge un ruolo centrale nel promuovere l’azione collettiva. È più efficace al posto di avere il “pepe alle chiappe” ed essere mossi da paura, rabbia o tristezza. Sperare è un toccasana. Risulta perfino associata alla riduzione delle disuguaglianze, al superamento dei conflitti intergruppi e ai processi di riconciliazione e pace.


Quando il futuro è lontano, la speranza si ancora soprattutto al “perché”: ai valori, al senso e alla desiderabilità del cambiamento.

Una meta-analisi che include 46 studi evidenzia un punto chiave: la speranza aumenta quando le persone credono che un problema non si risolverà da solo, ma richiederà un impegno collettivo intenzionale. In questo senso, la speranza non è attende impassibili che le cose vadano bene, ma impegnarsi attivamente perché ne vale la pena.

In questo senso, l’immaginazione non è una forma di evasione dalla realtà, o escapism (fuga) ma una simulazione mentale che aumenta la concretezza dell’esito futuro, rafforza la speranza e sostiene l’impegno nel tempo, soprattutto quando il cambiamento appare complesso o lontano.


Quando il futuro è lontano, la speranza si ancora soprattutto al “perché”: ai valori, al senso e alla desiderabilità del cambiamento. Quando il futuro è vicino, la speranza si lega invece al “come”: alla fattibilità, alla possibilità percepita e alle azioni concrete necessarie per realizzarlo.


Speranza e immaginazione: il turbo del cambiamento


Due studi, inoltre, collegano l’immaginazione alla speranza, mostrando come la speranza venga condizionata dall’immaginazione, e quest’ultima da sola non dia molte soddisfazioni. Una precisazione: le ricerche in merito sono rivolte a campioni di persone che già credono nel cambiamento nei campi analizzati. Mancano ricerche su popolazioni di scettici.


Nello specifico, uno studio condotto su 301 adulti australiani in tema di cambiamento climatico, ha mostrato che la speranza aumentava immaginando l’obiettivo futuro, in particolare la sua possibilità, e cioè la fattibilità dello stesso nel breve termine – i partecipanti già lo consideravano desiderabile (a lungo termine).


L’altro studio, condotto con le medesime condizioni, su 489 adulti australiani, che partecipavano a incontri online in tema di disuguaglianze economiche, mostrava gli stessi effetti. In questo caso, la speranza aumentava la partecipazione ad azioni collettive e incrementava in prossimità della desiderabilità dell’obiettivo, cioè il suo raggiungimento entro i prossimi decenni.

Questo perché ci sono obiettivi come la disuguaglianza sociale e economica considerati auspicabili, ma non fattibili nel breve termine.


Caliamo l’esempio di una scuola migliore, innovativa e inclusiva. Suppongo che venga impegnativo pensare a svolte radicali nel breve o medio termine, figuriamoci nel lungo periodo. Ed è pragmatico, perché ci sono di mezzo investimenti economici, risorse qualificate da assumere, spazi da riadattare, ecc. Però, arenarsi nel cerchio di tutto ciò che sfugge alle nostre risorse blocca il movimento.


Ad esempio, immaginiamo un futuro da qui al 2050. Una scuola che promuova laboratori di innovazione, dibattiti, metodo scientifico e che assuma più giovani laureati a ricoprire incarichi educativi. Non importa se sembra infattibile: conta che abbia un significato.

Ora, entriamo nell’area del possibile. Magari applicare il pensiero creativo nelle lezioni; proporre role play per simulare battaglie storiche; ritagliarsi 5 minuti al giorno per ascoltare gli studenti prima di partire con la lezione.


Cose minime, ma l’1% per grandi risultati.


Conclusioni


Facciamo mente locale.


Immaginare un futuro possibile o desiderabile contribuisce a rendere le persone fiduciose. Simulare scenari contrapposti alla realtà attuale esorta a prendere posizione, ad attivarsi alla volta di un cambiamento. Circondarsi di persone, articoli e ambienti coerenti con quell’immagine ne aumenta la credibilità. Mentre pensare a scenari utopici (cioè un futuro migliore) e confrontarli con le condizioni del qui ed ora contribuisce a muoversi per modificare le cose, senza accettarle passivamente.

Insomma, torniamo a sperare, a uscire fuori dagli schemi, a incarnarci mentalmente in circostanze che sembrano pazze, ma raggiungibili. È forse, qualche granello di motivazione produrrà una spiaggia sulla quale viaggiare insieme. 


Riferimenti:


The role of collective positive prospection in motivating social change: scoping review of methods and findings: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0272494425000593, ultima visita in data 8-02-2026


Imagining a Positive Future: Desirability and Possibility as Possible Pathways to Hope and Commitment to Collective Action: https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/02762366241268146, ultima visita in data 8-02-2026


Hope Theory: How Pathways Thinking Can Help Your Clients: https://positivepsychology.com/hope-theory/, ultima visita in data 8-02-2026.

 

1 commento


sono un ragazzo di 21 anni, ignorante in materia ma, sempre propenso ad assimilare nuove informazioni. Leggere questo articolo è risultato facilmente comprensibile, mantenendo un ritmo bello cadenzato e piacevole. Metricamente è organizzato bene, segue una cronologia di argomenti che si incastrano alla perfezione rendendo chiaro il tuo pensiero. È stato soddisfacente leggerlo ed emozionante.

Mi piace
bottom of page