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Quando lo spazio decide: l’educatore che pochi ascoltano

La memoria incapsula momenti di vita: è l’iride dalla quale il presente riesce a intravedere il passato

Sentirsi trattati in modo diverso o essere trattati in modo diverso? Accade che lo spazio è emblema, rappresentazione visiva di stati d’animo interni che, spesso, preferiamo dare per scontati. Ci si può benissimo sentire inclusi in un contesto, come sentirsi nel verso opposto. La posizione delle componenti all’interno dello spazio, che al seguito delle esperienze vissute da coloro che lo abitano diviene luogo, influenza inconsciamente emozioni, percezioni e memorie immagazzinate. 



La memoria incapsula momenti di vita: è l’iride dalla quale il presente riesce a intravedere il passato. È spiacevole o piacevole, si vorrebbe cancellare o preservare, sbiadisce nei secoli o resta impressa. Ricordare (dal latino: cor – cuore) è quando il cuore riproduce le vibrazioni del passato, usando le medesime melodie, gli stessi accordi, le stesse frequenze. Il cuore, d’altronde, è il mediatore musicale da cui la memoria autentica esprime attimi dimenticati, bisogni inaccolti, istantanee di gloria, di furia, di meraviglie colte fra le dita. 


Tutto questo rivive nei luoghi, che non sono puzzle dove incastrare oggetti, bensì ogni parte restituisce alla memoria una valenza. In un luogo ti puoi sentire rifiutato anche implicitamente; puoi sentirti beneamato e incluso, perché occupi una determinata posizione; puoi sentirti ricapitolare nella cinepresa di uno “ieri” che ti stavi sforzando di eliminare; puoi sentirti protagonista del “domani” più brillante. Ancor prima, o forse sarebbe meglio dire, a fianco alla comunicazione non verbale e para-verbale, le circostanze abitate agiscono nel sottosuolo dei significati emotivi reconditi, o ne plasmano di nuovi ed entrambe si combinano vicendevolmente.


Manifestare un’emozione di rabbia, paura, disgusto, meraviglia o qualsiasi altra reazione, potrebbe essere diretta conseguenza di un implicito che diamo per scontato: dove siamo. 

In quanto essere psico-fisiologicamente programmati a sopravvivere, registriamo le risposte che gli ambienti esterni e gli attori coinvolti hanno prestabilito, che preparano l’individuo all’azione e a re-agire (cioè agire di nuovo) mosso dalle parti attivate in precedenza.


Affermare “Io non mi sarei comportato così, se solo fosse stato…”, “Io non mi riconosco in quella reazione, non so perché è accaduto questo…”, è la punta di un iceberg che cela nelle profondità memorie riverberanti (dove l’uso della parola “verbo” è rivolto alle parole dette e allo spazio come telaio verbale sottinteso). 


Lo spazio non è solo fuori, ma anche dentro di noi

A seconda della posizione fisica ricoperta dal soggetto, dai luoghi usati per coltivare le abitudini, dei colori, oggetti e dimensioni ambientali, il bagaglio di sensazioni e percezioni accumulate sarà distinto dagli altri. Una persona che si sente a suo agio a stare seduta in modo fisso – anche se su un piano neuroscientifico ci sarebbe da ridire -, darà una narrazione distinta da una persona la cui impellenza primaria e muoversi in continuazione. 


Quindi, è opportuno tenere a mente che qualsiasi cosa collocata all’esterno viene collocata anche all’interno. Lo spazio non è solo fuori, ma anche dentro di noi. Talvolta, ci si abitua ad accettare compromessi perché le soluzioni sono ben poche, e questo produce un notevole disagio necessario da ascoltare. Peggio: si accettano i compromessi sotto la costrizione a farlo, altrimenti sei fuori dai giochi. 


Se io penso ai contesti scolastici, essi presentano una geometria spaziale assai simbolica, che di per sé costringe ad eseguire movimenti prestabiliti, ad orientare lo sguardo su direzioni predeterminate, a parlare con il vicino o la vicina di banco alla destra o alla sinistra, o quello di fronte se si ha un aeroplanino con cui richiamare l’attenzione. Abituarsi alla costrizione è, di per sé, disumanizzante. Non possiamo permetterci di trascurare una dimensione di tale importanza: l’ambiente, che lo vogliamo o meno, catalizza a priori molti dei ricordi che avremo di quel luogo. 


La propria identità non è chiamata fuori. Quando qualcun altro sceglie dove una persona debba posizionarsi, come si deve comportare a seconda dello spazio circostante, estrania l’Altro da qualsivoglia autonomia di esprimere preferenze e bisogni. È una verticalizzazione che, con impudenza, scaglia fuori dal perimetro educativo la relazione, prima ancora di proferire parola. 


L’ambiente è il terzo educatore

Perciò, venire scacciati fuori da una classe, venire trascinati col banco come estranei al contesto di classe, essere convocati alla lavagna per rispondere a quesiti ingannevoli come punizione all’eccessivo chiacchiericcio, rappresentano visivamente la relazione che intercorre tra insegnante-studente e studente-studenti. Ad una dimensione più macro, la relazione con il sistema scolastico


Questo discorso lungi dal riguardare solamente la scuola, abbraccia gli ospedali, gli ambienti domestici, i contesti urbani, le metropoli, gli aeroporti, ecc. Scegliere con cura gli elementi da inserire nello spazio, dare ai membri la possibilità di usare gli intorni con criteri arbitrari, decreta la direzione che verrà assunta dal sistema creato.

Il sistema, ricordiamolo, in questo caso, è l’insieme di parti che coagula percezioni collettive e individuali rispetto a un contesto con una precisa funzionalità. Abbiate cura del contesto e il contesto avrà cura di voi. 


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