“Ti volevamo crescere sorda dentro” – quando il suono dice chi sei
- grautivity
- 17 mag
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“Quando sei nata, mi hanno detto che eri udente…Io ho pianto. Quelli come te non li ho mai sopportati! Ma lui (mio marito), mi tranquillizzava. Mi diceva che ti avrebbe cresciuta sorda dentro. E invece sei udente, e te ne vuoi andare per cantare!”
Questa che avete appena letto, è una citazione estratta da un film di cui oggi parlerò e che, personalmente, mi è arrivato dritto in petto. Il punto focale è niente di meno che la questione della lingua.

In “Non abbiam bisogno di parole” film musicale e drammatico italiano del 2026, diretto da Luca Ribuoli e disponibile su Netflix dal 3 aprile, la questione legata alla LIS passa sotto i riflettori. Il film è un remake italiano del film francese La famiglia Bélier (2014) e dell'adattamento statunitense CODA - I segni del cuore (2021).
Purtroppo, a scuola apprendiamo solamente la nostra lingua madre e una o due lingue estere (inglese, francese o spagnolo); però, il linguaggio di coloro che presentano una menomazione uditiva, verbale e visiva viene ignorato. La lingua dei segni italiana (LIS) in particolare, è un esempio calzante. È il modo visivo-gestuale, composto da 170.000 segni, in cui le persone sorde e mute comunicano. Le ricerche linguistiche sulla lingua dei segni italiana si sono sviluppate da pochi decenni nonostante la lingua stessa sia esistita per secoli. In Italia, solo verso gli anni Ottanta del XX secolo sorgeranno le prime ricerche linguistiche in merito.
Durante la cinepresa, viene rappresentata chiaramente la funzione inclusiva del linguaggio, il quale cessa di essere verbo per diventare strumento di integrazione. La famiglia non udente sulla quale la trama si svolge, cresce dedicandosi con impegno ad una fattoria, che però è messa a repentaglio da nuove indicazioni sindacali.
La protagonista, Eletta Musso, una ragazza sedicenne interpretata da Sara Toscano, è l’unico membro udente della famiglia.
Immaginatevi: quanto può essere divisivo il linguaggio, specialmente in relazioni di prossimità come quelle familiari? Quante incomprensioni può generare – in generale, dico – e a che grado produce divari interni, fenomeni di invidia e gelosia?
Questi risultano evidenti nelle scelte compiute dalla protagonista, che ben presto entrerà a contatto con un’insegnante (interpretata dall’attrice Serena Rossi), che scoprirà in lei un dono, la sua vocazione: il canto.
Nonostante la timidezza iniziale le impedisse di scatenare il pieno delle sue potenzialità, il regista traghetterà lo spettatore verso la ragione ultima del blocco della protagonista.
Tra i genitori, (interpretati da Carola Insolera, attrice realmente sorda, e Alessandro Parigi), soprattutto la mamma provava quella che definirei invidia nei confronti degli udenti, al punto da tarpare le ali alla figlia sin da bambina, affinché sostenesse la famiglia nella gestione della fattoria. Che peso hanno le passioni soffocate dei genitori sui figli?
La voce di Eletta è irriducibile a mera dote, ma è la voce del talento, della passione, dell’unicità. La sordità interna è il prodotto delle mancanze addossate da chi, nel caso dei genitori, non ha avuto eguali possibilità.
La musica, perciò, dimostra nuovamente una valenza pedagogica fondamentale. Da quando Eletta è “costretta” a cantare con un ragazzo da cui è infatuata, seppure ambedue abbiano un carattere piuttosto timido, la musica ha consentito di esprimere il linguaggio del cuore, delle emozioni, del sentire. Cantare guida un’esperienza introspettiva tamponata alla rivalsa, e, letteralmente, diventa sentita.
Un altro aspetto che spicca è la difficoltà per una persona non udente e muta di trasferire significati a chi non conosce il suo linguaggio. Il padre di Eletta, quando la fattoria è messa a repentaglio, partecipa ad una riunione sindacale per chiedere di non smantellare il frutto di tanto lavoro in favore dell’edificazione di infrastrutture per scopi di lucro. Tuttavia, i membri dell’assemblea, non comprendono il contenuto dei messaggi che il padre intende trasferire, storpiandone il contenuto e deridendolo.
Questo film, in estrema sintesi, è un inno alla costituzione di una società inclusiva, che cioè sappia annoverare la moltitudine di forme comunicative elaborate nei decenni, purché la menomazione non sia più motivo di esclusione sociale. Il linguaggio dovrebbe essere una tecnologia (nel senso autentico della tenché, cioè la tecnica) accessibile e inclusiva, che è compito dell’educazione mettere a disposizione. Quando esprimo il concetto di lingua, abbraccio anche le discipline artistiche (teatro, musica, pittura, poesia, ecc.) come ponte verso l’Altro, quello-che-non-sono-io.
Consiglio caldamente la visione di questo film, con un cast direi adatto alla messinscena e una storia che tocca le corde più profonde.

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