L’immaginario educativo: ciò che agisce sotto la superficie
- grautivity
- 28 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Cosa c’è veramente dietro l’educazione? Processi squisitamente arbitrari e generazionali, oppure una dipendenza invisibile da qualcosa di più grande? Quanto resiste la sicurezza di “sapere il fatto proprio” di fronte a bisogni nuovi, per i quali schemi ripetuti nei secoli faticano a offrire risposte sensate? Una cosa è certa: le turbolenze a cui stiamo assistendo non sono casuali. Derivano in larga misura da un sostrato impercettibile.
Quel sostrato ha un nome preciso: immaginario.

L’immaginario come humus socio-storico
L’immaginario è un humus socio-storico che tende a riprodurre le stesse dinamiche, sia nel pensiero sia nella prassi, anche a distanza di anni o generazioni. Non lo vediamo agire, ma ne subiamo gli effetti. Possiamo immaginarlo come un database collettivo. Un archivio condiviso da cui attingiamo immagini, significati, linguaggi, simboli e verità date per scontate.
Accedervi richiede pochissimo sforzo. Il prezzo da pagare, però, è spesso molto più alto di quanto siamo disposti ad ammettere. Per questo è necessario fermarsi un momento.
Dare una definizione più precisa di questo termine e capire come possa aiutarci a leggere la scuola e l’educazione in senso lato.
Una domanda nata quasi per caso
Elaborare questo argomento non è stato semplice. E la scintilla che ha dato avvio alla ricerca è stata quasi casuale.
Stavo lavorando ad altro quando, in cima a una pagina, ho scritto una frase incompleta: “la scuola, nell’immaginario collettivo, è…”.
Mi sono fermato. Ho riletto quella parola.
Immaginario.
La usavo spesso per rafforzare un’idea, per sostenere una tesi. La sentivo usare anche fuori, quasi sempre con una sfumatura di rammarico: “Eh sì, purtroppo nell’immaginario collettivo è così…”. Ma cosa significa davvero? È un concetto scientifico? È solo una metafora? È qualcosa di concreto o di impalpabile?
E soprattutto: come si connette al tema della scuola?
Una terra colonizzata dai simboli
Provo a dirlo in modo volutamente improprio, ma efficace. L’immaginario è una terra colonizzata da simboli.
Simboli i cui significati possono essere stabili o mutevoli nel tempo. È il regno delle metafore, delle storie, delle parabole, dei contenuti visivi e linguistici.
In altre parole, è l’insieme dei simboli che attribuiscono un senso a ciò che, senza di essi, ne risulterebbe privo.
La cosa sorprendente è la loro resistenza storica. Se questa affermazione regge, allora l’immaginario è un grande magazzino (uno storage collettivo) in cui una società conserva la rete di significati che caratterizza una specifica fase storico-sociale.
Facciamo un esempio semplice. Quando pensiamo alla figura del venditore, spesso emergono immagini come il “manipolatore”, il “truffatore”, l’“egoista”.
Queste associazioni non sono la realtà. Sono una interpretazione imprecisa, progressivamente distaccata dalla fonte originaria.
Quando l’immagine prende il posto della realtà
Quando nasce il problema? Nel momento in cui diamo per scontato che quell’immagine coincida con la realtà stessa. Chi stabilisce che quella rappresentazione sia corretta? Peggio ancora: quando certe convinzioni diventano così solide da impedire di immaginare alternative.
Ed è qui che il discorso sull’immaginario si intreccia inevitabilmente con la scuola.
La scuola nell’immaginario collettivo
Facciamo mente locale.
Hai tre secondi.
Se ti dico la parola “scuola”, cosa ti viene in mente?
Probabilmente immagini poco rassicuranti. Giudizi pesanti. Umiliazioni. Banchi a schiera. Campanelle. Obblighi. Insufficienze. Ingiustizie.
Ottimo. Un catalogo emotivo tutt’altro che incoraggiante. Queste associazioni fanno parte dei pensieri reiterati sulla scuola. E, a dire il vero, sono stato anche prudente.
Se allarghiamo il discorso all’educazione in generale, il quadro non cambia molto.
Tra progressi reali e autoassoluzioni collettive
Sia chiaro: non si tratta di negare i cambiamenti positivi degli ultimi decenni. Le testimonianze delle generazioni precedenti parlano di pratiche oggi inaccettabili. I miglioramenti ci sono stati, e in alcuni casi anche la ricerca scientifica ha trovato spazio.
Ma attenzione a non confondere il “si stava peggio prima” con un reale riconoscimento dello stato attuale.
Analizzare i simboli legati alla scuola è un esercizio di meta-cognizione, tanto collettiva quanto individuale. Significa chiedersi: a cosa pensiamo quando pensiamo alla scuola? E soprattutto: come stiamo pensando di pensare?
Sì, può far girare la testa. Ma è un passaggio inevitabile.
L’architettura dell’immaginario
L’immaginario non è caotico. Ha una sua architettura.
È costruito su fondamenta funzionali a uno scopo preciso. Nulla è davvero casuale.
Si tratta di un’impalcatura pensata per riprodurre intenzioni passate, significati che offrivano risposte rassicuranti in momenti di forte incertezza. Questa struttura si articola nell’immagine, il suo mattoncino elementare. O, più correttamente, nel simbolo.
L'etimologia di immagine è affascinante: deriva da mimesis, imitazione.
Imitare è uno dei primi modi in cui impariamo a stare nel mondo. È il processo attraverso cui facciamo nostri i meccanismi di relazione con la realtà osservando gli altri.
Le immagini imitano la realtà, ma non la riproducono fedelmente. La loro forza sta nella creazione di legami, nella condivisione di significati.
Il simbolo, dal greco symbolum, significa “mettere insieme”. Ogni volta che unisce, inevitabilmente separa. Questi simboli sono potenti. Trasportano emozioni, pensieri, sensazioni .Ed è per questo che risultano così difficili da modificare.
Immaginazione: il punto di libertà
Potrebbe sembrare che l’essere umano sia completamente sottomesso all’immagine. Ma non è così.
Il potere dell’immagine coincide con una libertà radicale: l’immaginazione .La capacità di rappresentare ciò che è assente (nel passato o nel futuro) e di trasformarlo in possibilità concreta. Kant distingueva tra immaginazione riproduttiva, che rievoca immagini già esistenti, e immaginazione produttiva, che genera immagini nuove.
Ed è qui che il discorso si fa decisivo.
Bloccare o trasformare l’immaginario
Abbiamo un dono, e una responsabilità. Possiamo bloccarci nell’immaginario oppure modificarlo. Le immagini possono essere subite, ma anche create. L’immaginario è una fortezza che unisce la società, ma che allo stesso tempo la barrica senza che ce ne accorgiamo.
Quando pensiamo alla scuola, la rappresentazione collettiva assume spesso tratti cupi e opprimenti. Mancano simboli di speranza, di piacere, di solidarietà, di desiderio di apprendere. E allora la domanda emerge con forza: perché, nonostante le risorse disponibili, continuiamo a pensare che le cose siano irreversibili?
Decolonizzare l’immaginario educativo
La risposta non è complessa. Metterla in pratica, invece, richiede uno sforzo profondo.
Continuiamo a riprodurre immagini distorte dell’educazione, scambiandole per verità. Imitiamo principi fallaci del passato, finendo per detronizzare scienza e pedagogia.
Serge Latouche, economista e filosofo, parla di decolonizzazione dell’immaginario. Uscire da una prigionia simbolica che limita il nostro sguardo.
Applicato alla scuola, significa questo: spostarsi dall’immaginario effettivo, stabilizzato e immobile, verso un immaginario radicale, capace di rompere le vecchie configurazioni e di generarne di nuove.
La domanda finale, allora, non riguarda la scuola in astratto. Riguarda te.
Come stai pensando oggi per generare il futuro educativo che dici di voler vedere?
Riferimenti:
"Homo Videns. Una modifica antropologica": https://www.advmedialab.com/homo-videns-modifica-antropologica/
"L'istituzione immaginaria della società", Cornelius Castoradis, a cura di Emanuele Prosumi, Mimesis, 2022
"Immaginario e resilienza, la scuola dopo il virus", Antonella Fucecchi e Antonio Nanni, Scholé, Editrice Morcelliana, 2021


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