top of page

la crisi sotto i nostri occhi, e come uscirne

Aggiornamento: 7 apr

La società di oggi sta scontando le lesioni di un’epoca caotica. I tentativi di erigere muri solidi non fanno in tempo a perdurare che l’ennesimo sisma - macro o micro che sia - infragilisce la composizione. Tale composizione siamo noi, società articolata su paradigmi, prassi e abitudini resistite all'erosione del tempo. Ci ritroviamo in ginocchio, scossi nel profondo da eventi fuori misura a distanza di migliaia di chilometri. Perciò, assume priorità l'analisi di questo scompiglio, per guardare in alta definizione tali perturbazioni e le ripercussioni in ambito educativo. Partiamo da una parola abusata e dal prezioso retroscena storico: il termine "crisi".



Il condimento di questa gigantesca opera, cioè la società, sono le generazioni, “risacche” sociali che vanno e vengono a distanze molto brevi: pochi decenni invece di secoli. Si sostituiscono fra loro a velocità incommensurabili. A mettere in discussione le abitudini acquisite è la raffica imperitura di crisi che sta irrompendo. Il "termometro istituzionale" che dovrebbe monitorare il raggiungimento degli scopi prefissati, si intervalla a periodi di ghiaccio, dove si respira un secondo, e periodi di fuoco, segnati da scombussolamenti istantanei o progressivi. Entrambe le dinamiche arrivano a confondersi, nel senso duplice del termine: da un lato si combinano (con-fondere) e dall’altro generano caos (indeterminatezza). 


E il mondo educativo? Di fasi altalenanti ne sta vedendo parecchie, specialmente perché l’educazione, se vogliamo, è il metronomo della società, uno degli indicatori principali del benessere individuale e collettivo. Dico uno degli indicatori poiché è interrelato ad altri ambiti, quali l’economia, la scienza, la geo-politica, ecc.; tuttavia, in assenza di educazione, la cultura non passa alle nuove generazioni.

Le oscillazioni di questo metronomo producono anch’esse lesioni, che infliggono danni costanti ai modelli presenti. Torna utile ,sulla scia di questo argomento, l’etimologia di una parola, usata spesse volte in modo improprio, e mi domando, in totale onestà, se usarla nella scena contemporanea abbia ancora senso.


Il termine “crisi” racchiude il succo di questo discorso. L’etimologia deriva dal gredo “krinen”, usato da Ippocrate per definire il momento in cui il medico prende una decisione sulla terapia del paziente da curare. C’è è perfino una stretta vicinanza con la parola “criterio”, il principio applicato alle decisioni più giuste da prendere.

In apparenza,  la somiglianza tra l’etimologia di crisi e come la concepiamo oggi stona un po’. Nel quotidiano, la parola fa venire in mente la difficoltà a decidersi, a prendere posizione; motivo per cui "il significato è slittato dall’atto di decidere con lucidità al momento decisivo, irreversibile". (Bauman, pp. 88). Questo produce una paura paralizzante di rischiare, muovere passi falsi. Dopo gli studi, ma anche a lungo andare nella carriera, i professionisti setacciano una vagonata di fonti con l’intento di pescare la certezza. Il che delle volte non sarebbe male, data la desertificazione cosmica riguardo conoscenze e prassi utili da assimilare.


“È solo quando il martello si è rotto che cominciamo a interrogarci sull''essenza' del martello”.

I comportamenti riprodotti dalle istituzioni, per descrivere i quali ricorro al concetto di “norma”, trovano pane per i loro denti in questo paragrafo. Mettiamo un secondo a confronto Bauman e un altro gigante della sociologia, Habermas.

Habermas afferma che la norma precede la crisi. Le cose in natura vivono secondo un’armonia piuttosto costante, sino a quando una crisi lo interrompe e sgretola quella stabilità. Tutt’al contrario, Bauman afferma la tesi opposta, cioè che in seguito alla crisi stabiliamo la norma, quindi un’aspettativa su come dovrebbero andare le cose.

La rottura fa capire i limiti del sistema, la norma lo fa funzionare meglio. Bauman esprime perfettamente il concetto in questa frase: “è solo quando il martello si è rotto che cominciamo a interrogarci sull''essenza' del martello”. (Bauman, pp. 89)


La norma, perciò, rappresenta una testimonianza del perché gli eventi non coincidevano con le aspettative, ed è “tanto più radicata quanto meno la si osserva”. Personalmente, vedo le due tesi in modo complementare. La norma genera una crisi e, al contempo, la crisi - l’atto di decidere con razionalità - crea una norma nuova o rivisitata. È come se un tendine si rompesse per poi rigenerarsi: non sarà mai uguale a prima, sapendo che le cellule cambiano ogni giorno. A colpire duramente è anche il carattere permanente delle crisi (Permacrisi) contemporanee (sarebbe più corretto dire policrisi, cioè il riflesso della complessità del mondo contemporaneo, dove le sfide non si presentano mai isolate, “rendendo il tutto più ampio della somma delle sue parti”).


È stato recentemente scelto dal dizionario Collins come parola dell’anno. Lo storico britannico Adam Tooze lo ha usato giorni prima in una nuova rubrica sul Financial Times intitolata “Benvenuti nel mondo della policrisi”, ammettendo che siamo di fronte a una “tempesta di crisi, economiche, sanitarie, geopolitiche ed energetiche”.

Da quando alziamo la testa dal cuscino, sbarriamo gli occhi accecati da un panico da crisi, una meta-crisi (ovvero una crisi per la crisi). La semplice citazione “In Italia c’è la crisi!” , che invito chiunque a negare di ricordare, fa da emblema a quanto sto dicendo. Una simile ammissione perpetrata di voce in voce, normalizza la crisi inducendo le persone a smettere di rivendicare i propri diritti, a protestare di meno

Danai Koltsida, avvocato e politologo, afferma che l’agire politico oggi “passa attraverso focolai sporadici invece di interventi organizzati, reti orizzontali invece di strutture collettive permanenti, sfiducia nelle istituzioni anche da parte di individui altamente politicizzati.”


Non stiamo vivendo la coincidenza di più crisi, ma manifestazioni della crisi complessiva dell’attuale sistema di organizzazione del mondo.

C’è qualche filo che possiamo afferrare per uscire da questa crisi perpetua? Le soluzioni proposte sono le seguenti. Il primo passo è mettere in discussione la normalizzazione della crisi; diceva Bauman la norma è “tanto più radicata quanto meno la si osserva”. Quindi la crisi si insidia nelle coscienze e il modo migliore per tirarla fuori dal cilindro del disordine è rifletterci criticamente - nel senso greco del termine. Affermare “le cose stanno così”, invece di “le cose stanno così e potrebbero essere diverse, quindi…” contiene un divario semantico non da poco. Lo stato dell’essere ad oggi (stanno così) è l’individuazione della norma, la parte “e potrebbero essere” apre un varco cognitivo di pensiero attivo, e, in fine, “Il quindi” induce a una conclusione, un movimento.


Un esempio completo, per rimanere in tema, è: “Le cose nella scuola italiana stanno così: gli insegnanti vengono pagati poco e il loro lavoro non viene riconosciuto. Potrebbero essere più valorizzati, visti per ciò che fanno (e che sono) e ricevere stipendi maggiori. Quindi, i prossimi passi saranno organizzare riunioni collettive a larga partecipazione dove riflettere insieme su queste questioni e decidere i passi da compiere”. Si tratta di un semplice contesto, volto a chiarire il messaggio di fondo. 

Ricordiamoci che la normalità è sicurezza, stabilità. Verrebbe da dire anche pace, sogno, però tornare alla normalità a fronte di questa argomentazione equivarebbe alla negazione di quello che è una condizione necessaria per lo sviluppo della società: la compenetrazione tra crepe e calcificazioni, tra fratture e cicatrici.


Il secondo passo è la presa di coscienza che non stiamo vivendo la coincidenza di più crisi, ma manifestazioni della crisi complessiva dell’attuale sistema di organizzazione del mondo. Gli sconvolgimenti che stanno attanagliando l’educazione, corrispondono ad elementi fuori controllo solo se li vediamo come un’infrazione alla norma. Il panico pervade emotivamente gli individui tramite effetto domino quando essi si sottraggono al puro senso di krisis: decidere cosa è meglio in un preciso momento. Non è l’assuefazione al controllo maniacale degli eventi, sotto l’egida degli assolutismi e dell’educazione prescrittiva, che porrà rimedio. Il problema è l’ossessione che tende a sbilanciare verso fallimenti vissuti come un “trauma narcisistico e come una crepa nell’immaginaria onnipotenza”, dice il professor Stelios Stylianidis, Professore di Psichiatria Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Panteion, nel suo contributo Il progresso lineare è un’illusione


I dogmi non si degradano così facilmente, non sono sempre funzionali e non sono duttili a pensieri contrastanti.

La crisi dell’educazione deve dunque essere concepita nell’arco di uno spettro più ampio: rinvia ad una crisi sociale e umana. Il celebre filosofo novecentesco Edgar Morin, uno dei padri fondatori del pensiero complesso, sdogana con vigore questo manto talvolta confusionario di angoscia, non per ciò irragionevole.

Dedica una prolifica analisi e sintesi sui paradigmi educativi e culturali che, tutt’oggi, impantanano tutti noi in dogmi plastificati.

Ho inserito questo aggettivo per un motivo.

La plastica non è biodegradabile in termini immediati, ci mette secoli a degradarsi una volta consumata e gettata. Il fatto di poterla riutilizzare non indica che sia sana per l’ambiente e per l’essere umano; eppure la consumiamo quotidianamente, salvo eccezioni.


Con i dogmi vale lo stesso principio: non si degradano così facilmente, non sono sempre funzionali e non sono duttili a pensieri contrastanti. Il mondo dei social media, che fa da specchio ai modelli tipici dell’educazione, è a immagine e somiglianza di una conoscenza “di plastica”, irrigidita, intorpidita. E, purtroppo, è giunto il periodo storico dove il popolo si sta accorgendo che si tratta di una fonte dannosa, ma stenta a farne a meno. Il legame corrisponde a quello col petrolio: le conoscenze sulle quali i dogmi si sono stratificati sono il petrolio da cui dipendiamo. La teoria, al contrario, è per essenza “biodegradabile” (Morin, pp. 23), confutabile da elementi di conoscenza nuovi. Diremmo che la dottrina è la teoria intestardita. 


Una mente ben pensante, lucida, apre una breccia nel catastrofismo informativo, sgrassando la superficie mentale dalle macchie del superfluo. 

Nelle generazioni passate, il tempo dell’insegnamento era dedicato a indottrinare, basare le lezioni scolastiche su meccanismi riempitivi, che pre-annunciavano la certificazione di menti pensate, cioè educate ad assorbire passivamente. Nei contesti macro e micro dell’educazione si insegnano le conoscenze, da nessuna parte si insegna che cos’è la conoscenza (Morin, pp. 11). Questa lacuna rimarca un “sonnambulismo” (pp. 12) del pensiero, uno degli antidoti principali alle crisi che stiamo vivendo. Abbiamo detto che la norma esiste fin quando non la notiamo. Siamo in uno stato dormiente, anestetizzato alla lucidità, che invece è il vaccino. 


In conclusione, l’atto di coraggio è mettere in discussione la normalità, l’agio del “già dato”, tipico delle categorie mentali. Una mente ben pensante, lucida, apre una breccia nel catastrofismo informativo, sgrassando la superficie mentale dalle macchie del superfluo. Quando torni a vedere la superficie per com’è, noti da dove nasce, quali chiazze la sporcavano e come pulirla organicamente.


Riferimenti:


"Una testa ben fatta", Edgar Morin, Raffaele Cortina Editora


"Insegnare a vivere", Edgar Morin, Raffaele Cortina Editore


"La solitudine del cittadino globale", Zygmunt Bauman, Universale Economica Feltrinelli


Permacrisis. La generazione che sta vivendo la crisi permanente del sistema/economia-mondo moderno: https://www.acro-polis.it/2022/11/16/permacrisis-la-generazione-che-sta-vivendo-la-crisi-permanente-del-sistema-economia-mondo-moderno


Cos’è la policrisi, l’impronta globale della nostra società: https://wisesociety.it/economia-e impresa/policrisi/#:~:text=La%20policrisi%20attuale%20%C3%A8%20infatti,affrontare%20le%20sfide%20del%20futuro.


 
 
 

Commenti


bottom of page