Tra l'illusione dell'individuo e intelligenza collettiva: perché per trasformare la scuola serve coltivare la padronanza personale.
- grautivity
- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min
Se guardiamo un singolo insegnante o una singola scuola, vediamo una formica isolata che sposta un ago di pino: uno sforzo immenso che cambia poco l'ambiente circostante. Talvolta, come le formiche sollevano fino a 10 volte il loro peso, vorremmo fare la stessa cosa noi con le ingiustizie cui assistiamo nell'anfiteatro della scuola: spostare impasse 10 volte più grandi di noi sotto una luce migliore, in solitaria. Ma perfino insetti dotati di una forza fisica così notevole come le formiche, se isolate dal formicaio, perdono una delle fondamenta principali per sopravvivere nella natura: il loro gruppo. Esistono educatori o genitori dotati di una forza simile, questo però non comporta un mutamento in positivo dell'intero formicaio (cioè il sistema educativo).

Le possenza fisiche da sole sono superflue: occorre un impegno fisico congiunto e coerente. L’etimologia di questa parola è bellissima, cohaerere, composto da cum (insieme) e haerere (essere attaccato, aderire). Unendo questi due pezzi, si ottiene “essere uniti strettamente”. Scendiamo la scala a chiocciola di questo grande mausoleo semantico, poggiando i piedi non più nelle parti costituenti del formicaio, ma addirittura come esso nasce e evolve in maniera organica.
L’illusione dolente che ci schiaccia ammassati sotto un tetto di impotenza, è doverci sobbarcare i grandi risvolti in solitaria. L’affermazione preponderante è: “Io, contro tutti”. Oppure: “Se non faccio qualcosa io, nessuno la farà”. Le probabilità di successo della società attuale pendono dalle labbra del singolo; di quanti problemi è disposto a caricarsi sulle spalle senza cascare per terra stremato. Se le cose stanno andando male, è colpa della tua inerzia, che non stai facendo abbastanza, che non studi le nuove tecniche di crescita personale.
In questa sede mi preme verbalizzare il concetto di individuo come dogma, una convinzione ormai assodata per cui l’intelligenza è una: la tua. Le capacità sono “uniche”: le tue. La professione è l’unica: la tua. La missione è unica: la tua. L’unicità in tal senso diventa la condanna a una chiusura forzata dal mondo, poiché, a mio modesto parere, è un’accezione che richiama a una moltitudine atomizzata in cui ciascun membro della società è chiamato a troneggiare sulla conquista ultima del Solo, l’Unico, il Diverso.
Con questo lungi da me distanziarmi dall’imprescindibilità di trovarsi, vedersi, comprendersi, e avvicinarsi alla ricchezza contenuta in ognuno di noi. A questo tassello è da aggiungere, tuttavia, la condanna dovuta dal sentirsi artefici separati in un mondo interconnesso. La supposta conquista della diversità tanto agognata presenta il rovescio della medaglia: il riparo dal confronto, dall’empatia, nella caverna dipinta da punti di vista univoci.
Riesci a immaginare un’educazione fatta esclusivamente da genitori, insegnanti o educatori? L’organizzazione scolastica capitanata da dirigenti in assenza di una squadra professionale? Risposta: no. È impossibile e innaturale. E se invece questi protagonisti fossero coscienti della cornice generale, cambierebbe qualcosa? Purtroppo, non proprio.
Infatti, il mirino viene puntato su tematiche quali le capacità intellettive individuali, ma quanto parliamo piuttosto di intelligenza collettiva? Ci rimproveriamo di dover apprendere per non perderci l’ennesima rivoluzione digitale, umana, e checchessia; però quanto spesso ci domandiamo al servizio di chi, o cosa, siamo? Quanto risvegliamo la nostra coscienza dall’ipnosi (quasi) impermanente secondo cui dobbiamo cavarcela con le nostre mani? Peter Senge ha dedicato un libro esemplare, "La Quinta Disciplina: l'arte e la pratica dell'apprendimento organizzativo", rispetto alla capacità di pensare come un gruppo unitario (fatto, cioè, di unità nell’Unità, l’Uno più grande, e con l’Unità), riportando esempi calzanti degli effetti diametralmente superiori ottenuti con il, così definito, “apprendimento organizzativo” rispetto a quello meramente singolare.
Per comprendere bene il messaggio comunicato da Senge, facciamo un passo indietro e torniamo alla metafora del formicaio. È facile oggi rappresentarsi al pari di formiche solitarie, marginalizzate, adempienti agli incarichi assegnati, agendo ognuno per conto suo. Il formicaio è un’accozzaglia indecifrabile di formiche che nemmeno si volgono uno sguardo, indaffarate nel trasporto della mollica di pane e dirette a destinazione. A malapena vedono i carichi trasportati dalle altre formiche, tantomeno visualizzano la gigantesca composizione che accoglierà il frutto di tanto duro lavoro.
Sanno di essere chiamate a fare quello… nient’altro.
Qual è il grosso problema nell’esempio appena enunciato? Non abbiamo un formicaio senza formiche, e queste sarebbero inesistenti se il formicaio scomparisse. Dirò di più: il formicaio esiste grazie alla cooperazione tra le formiche, in continua comunicazione tramite segnali appositi, mansioni ben scandite, e così via. Giunge spontaneo affermare che il formicaio è eretto con la capacità che hanno le formiche di pensare secondo un unico cervello condiviso.
Questo passaggio riporta la traversata in direzione dell’educazione.
Il corpo-scuola è in modalità sopravvivenza, ma dovrebbe allenare i muscoli della “vivenza” (l’abilità di vivere e far vivere)
Riesci a immaginare un’educazione fatta esclusivamente da genitori, insegnanti o educatori? L’organizzazione scolastica capitanata da dirigenti in assenza di una squadra professionale? Risposta: no. È impossibile e innaturale. E se invece questi protagonisti fossero coscienti della cornice generale, cambierebbe qualcosa? Purtroppo, non proprio. Operare sapendo che esiste un terreno dove si opera, non è sufficiente. O meglio, lo è qualora la finalità preponderante fosse garantire la sopravvivenza del formicaio, ma ci stiamo accorgendo che preservare le funzioni vitali non tiene testa alla complessità crescente contemporanea.
Assicurare al corpo i viveri necessari, il giusto ritmo sonno-veglia e un minimo quantitativo di luce solare non irrobustirà i muscoli indispensabili a cavarsela nelle minacce esterne, a rinvigorire gambe pronte a rincorse dove opportuno. In poche parole, il corpo-scuola è in modalità sopravvivenza, ma dovrebbe allenare i muscoli della “vivenza” (l’abilità di vivere e far vivere). Tante organizzazioni, riprende Senge, sono abituate a fare quello che hanno sempre fatto, mosse da schemi ripetitivi che, in passato, si sono rivelati ottimali nel risolvere problemi specifici. Oggigiorno è invece richiesta la capacità di adattarsi, mantenere un apprendimento pressoché continuo, inventare modi nuovi e originali per risolvere le dinamiche emergenti.
È ciò che distingue le organizzazioni che apprendono (learning organizations), quelle organizzazioni dove i membri imparano dalle esperienze, condividono le rispettive conoscenze e agiscono in virtù di un vantaggio competitivo. Le conoscenze fuoriescono dalla tipica crisalide che le riveste, per rimodellarsi, aggiornarsi e favorire la crescita dell’organizzazione stessa. “Un’organizzazione che apprende continua a espandere la sua capacità di creare il proprio futuro” (Senge, 2019).
Cos’è dopotutto l’apprendimento se non un processo in cui aggiornarsi, vedere la realtà sotto lenti diverse e favorire il progresso tanto di se stessi quanto di chi ci sta vicino? Leggendo La Quinta Disciplina, risultano chiari i presupposti affinché un’organizzazione possa generare apprendimento, e, pensandoli applicati alla scuola, forse vedremmo notiziari largamente più positivi - questa fede, però, si divora da sola conoscendo i bias sfruttati da buona parte delle testate giornalistiche.
Essi li può applicare qualsiasi persona nel quotidiano, anche non ricoprendo alcuna carica professionale. Cinque sono i presupposti, che elencherò brevemente: la padronanza personale, i modelli mentali, la visione condivisa, l’apprendimento organizzativo e la quinta disciplina (o pensiero sistemico, che le raggruppa tutte). Entrare nel dettaglio di ognuna procurerebbe una gran confusione, motivo per cui oggi approfondisco il primo.
Il lettore potrebbe scambiare la padronanza personale con la psicoterapia, o qualsivoglia percorso di crescita personale; il che ha una sua correttezza, ma dipende da caso a caso. Senge non approfondisce il lato psicologico, bensì accenna a due movimenti contrastanti e complementari: la realtà corrente e la visione. Intraprendendo una carriera professionale, in tanti dedicano anni di praticantato per ricevere lo stipendio, per dare una ragion veduta agli studi, per trovare un’occupazione immediata, eccetera. Queste scelte vengono compiute all’oscuro di una prospettiva futura significativa. La persona, cioè, “fa quello che va fatto”, senza alcun impegno mosso da sincera motivazione. In genere, agire in questo modo vuol dire accontentarsi, soffermarsi sul presente ma lontano da una vera missione. Lo sforzo sufficiente è quello della professione, non il motore attivato da un investimento desiderato e rappresentato da un’immagine futura di sé.
E va bene così, se però nessuno ci rimette, compreso il sistema.
In un clima abbandonato al tepore dell’angoscia, lo sguardo rivolto al futuro ripristina la batteria della torcia, dimenticata nelle tasche dell’infanzia, che mostra l’invisibile anche se ora inesistente.
Tuttavia, il passo in più che andrebbe mosso oggi è prefigurarsi in quale direzione si sta andando, avere cioè limpida nella mente la meta verso la quale si stanno orientando le energie a visione? È l’obiettivo concreto che si desidera raggiungere dopo 3, 5 o addirittura 10 anni. Un esempio è fornito dal Presidente Kennedy: “Portare l’uomo sulla Luna entro la fine degli anni ‘70". Fattore distinto è la finalità, inerente invece a uno scopo astratto. Ha a che fare con il vento, la visione è l’isola prescelta. La distanza tra realtà corrente e la visione genera uno scarto, ovvero una tensione che spinge (o viceversa re-spinge) a procedere verso la meta immaginata.
Un esempio di finalità è: “Rendere la scuola un posto adatto alla neurodiversità”. La visione è: “Assicurare a 1000 scuole l’implementazione di 100 dispositivi accessibili ai non vedenti entro i prossimi 5 anni”. La visione connette l’occhio del presente al paesaggio futuro. È una finestra che fa accedere la vista a un orizzonte di colline, nonostante tu stia ancora dentro casa. È la fatidica facoltà insita nei bambini di sentenziare sogni perfino inverosimili, per quanto assurdi essi suonino ai timpani degli adulti. Quando una persona ha una visione, te ne accorgi all’istante dal carisma che emana, da quanta confidenza ripone nell’avvenire, ed è una delle discipline che, se gli educatori allenassero, darebbe speranza a colleghi e studenti.
In un clima abbandonato al tepore dell’angoscia, lo sguardo rivolto al futuro ripristina la batteria della torcia, dimenticata nelle tasche dell’infanzia, che mostra l’invisibile anche se ora inesistente. Mi ricordo una bellissima conversazione avuta con una cara amica. Durante un caffé, stavamo dialogando su una raccolta poetica di cui lei è autrice - e che, in tutta onestà, destò in me commozione e gioia. In mezzo alla conversazione, un concetto preso da una delle poesie luccicò ai miei occhi: anche se la Luna scavalca il cielo, il Sole continua ad esistere, nonostante sia invisibile.
La padronanza personale apre la pista al domani collettivo. Un conto è affermare che le cose subiranno una svolta con una responsabilità diffusa, un altro è usarla come scudo per difendersi dalla responsabilità individuale.
Leggo di tanti professionisti lobotomizzati di significato. Agiscono per il puro agire, motivati dall’oramai: oramai porto a termine quello che ho iniziato; oramai ho scelto questo lavoro; oramai le mie frustrazioni a nulla servono. Io propongo una scomposizione della parola e la sua inversione, cioè Mai-ora, un’attualità sconsiderata, un tempo presente vittimizzato negli amari sapori degli anni passati, e mai visto nelle occasioni che dona, ogni giorno. Mai-ora, sempre-ieri. Quando rendi visibili le credenze dominanti che minacciano questa disciplina, detto conflitto strutturale, generi movimento. Immaginalo come un pendolo che oscilla tra un estremo e l’altro. Togli la visione, togli la forza motrice.
La padronanza personale apre la pista al domani collettivo. Un conto è affermare che le cose subiranno una svolta con una responsabilità diffusa, un altro è usarla come scudo per difendersi dalla responsabilità individuale. Aspettarsi che domani la maggioranza diverrà detentrice di una trasformazione radicale - perché fortunatamente in tanti lo desiderano - rischia un atteggiamento passivo dal singolo, sicuro che standosene a braccia incrociate qualcosa succeda.
Peter Senge, invece, conferma quanto un’organizzazione che apprende è composta da individui che apprendono. Una scuola abile ad apprendere non è l’insegnante avido di formazione, il dirigente impuntato sul nuovo corso di aggiornamento, o gli psicologi o educatori ammaliati da pratiche spirituali inedite, mentre il restante pubblico professionale si inalbera in ideali impassibili di critiche esterne. Una scuola capace di generare apprendimento è tutta la scuola, tutti i lavoratori dediti alla padronanza, non solamente di se stessi, ma perfino dei colleghi con i quali cooperano. Questa è la punta terminale che origina nelle credenze che ciascuno usa per leggere, interpretare e rispondere agli accadimenti esterni, che a loro volta sono approssimative della realtà.
Riferimenti:
Senge, P. M. (2019). La quinta disciplina: L'arte e la pratica dell'organizzazione che apprende (trad. it.). Alessandria: Anteprima Edizioni.


Commenti