La scuola vive nelle nostre teste: come nascono le istituzioni
- grautivity
- 23 mar
- Tempo di lettura: 6 min
Le istituzioni, ammassi invisibili che decidono per noi. Esseri impalpabili che decretano il nostro modo di vivere, agire e pensare. Siamo tutti vittima di un errore comune: associare l'istituzione ad un'entità permanente, impossibile da cambiare. Ma questa convinzione minimizza qualsiasi sforzo di opposizione, riducendoci a schiavi asserviti a qualcuno di incontrollabile. Da dove accidenti provegono allora queste istituzioni? Perché se la scuola sta prendendo così tante cantonate la lasciamo così com'è?

La metafora del tavolo e la nascita delle istituzioni
L’istituzione, di fatti, nasce quando due o più soggetti intersecano i rispettivi linguaggi al fine di costruire una cornice di senso comune, cioè una simbologia che rende prevedibili aspettative e comportamenti
Stai sedendo ad un tavolo, assieme ad altre due persone. Non vi conoscete: nessuno conosce le storie degli altri, le idee e i pensieri. C’è la vergogna iniziale, tra cosa dire, come dirlo, se vi piacerete e cosa non vi piacerà. Una cosa, però, vi accomuna da subito.
Un oggetto semplice: una livella usata dai muratori per misurare l’orizzontalità di una superficie. Ognuno di voi ne ha una, e lo scopo è tutt’altro che facile.
Dovete assicurarvi che la superficie rimanga orizzontale durante l’intera conversazione. Ci saranno attimi traballanti, fatti di distanze, disguidi, disaccordi che inclineranno il tavolo. Tuttavia, ad ogni costo la livella dovrà mostrare uno stato di equilibrio.
Di questa intesa fra te e i commensali ne va l’intera educazione, la religione, l’economia, lo stato e la società in generale. Ebbene sì, è un argomento spinoso ma doveroso da affrontare, specialmente in tempi dove la fiducia è un’oasi in un deserto prodotto da tutti, in maniera volontaria o involontaria.
Le istituzioni, come specifica Ota de Leonardis nel suo libro “Le istituzioni. Come nascono e perché parlarne”, dal quale ho tratto questo articolo, nell’immaginario collettivo rappresentano entità eteree a sé stanti, indipendenti da qualsiasi intervento dal basso. Molto probabilmente, quando se ne parla, i toni assumono una cadenza goffa, quasi a tirare fuori dal vocabolario un concetto sociale immutabile, e se ti azzardi ad assumere posizioni oppositive, la tua faccia viene schedata nell’albo degli irrealistici.
Proverai stupore nel sapere che il tavolo nell’introduzione riguarda rapporti a due e rapporti di gruppo, interconnessi a gruppi ancora più macro. L’istituzione, di fatti, nasce quando due o più soggetti intersecano i rispettivi linguaggi al fine di costruire una cornice di senso comune, cioè una simbologia che rende prevedibili aspettative e comportamenti (detta in tecnichese “tipizzazione”).
Assicurarsi che il tavolo resti orizzontale è un compito arduo, soprattutto quando non sai bene come comunicare, ti trovi senza strumenti adeguati o hai ideologie talmente cementificate da trovare impossibile qualsiasi forma di dialogo.
Trasmissione culturale, inerzia e crisi delle istituzioni
Le istituzioni sono fatte per ricreare gli stessi problemi risolti in passato e risolverli un’altra volta, tenendo fede a un meccanismo che lavora sull’economia cognitiva: “Meno dobbiamo pensare a cose diverse, meglio è”.
E se immaginiamo una coppia, che chiameremo Jennifer e Austin (sì, mi piacciono i nomi esteri), in procinto di avere un bambino? Quando la coppia elabora un codice proprio, è un conto; la musica cambia dal momento in cui c’è una terza parte a combinarsi all’istituzione precedente.
A quel punto, la coppia prende atto dell’esistenza di un corpo esterno al quale tramandare simboli, linguaggi e aspettative condivise nella relazione. La missione ultima è verificare che le conoscenze convergano verso quella nuova mente, neo-portavoce per amici, futuri figli e dunque per le prossime generazioni.
Allo sviluppo del bambino, Jennifer e Austin si tramutano in veicolo di significati che si ripetono ciclicamente. Come ben sappiamo, la conoscenza è fatta di pensieri che categorizzano, compongono e, come direbbe il noto sociologo Goodman, “inventano” la realtà per darle un ordine. Il dis-ordine alla mente non piace, ce ne dobbiamo fare una ragione.
Jennifer e Austin, perciò, hanno trovato delle categorie comuni accettate come reali; non sono cioè la realtà nuda e cruda, bensì una imitazione “fittizia” di essa che va bene ad entrambi. È riproducibile, la cultura dopo tutto assolve a questa funzione. Riverbera negli anni, nei decenni e nei secoli modi di interpretare la natura e ciò che ne concerne comunemente accettati, indipendentemente da quanto il singolo individuo li condivida o meno.
La scuola è esattamente questo, un macro-sistema di credenze, valori e consuetudini replicate a go-go dai micro-sistemi di relazione al loro interno, a prescindere dal grado di correttezza.
Gli insegnanti, gli educatori, i dirigenti e qualsivoglia figura professionale assunta nelle scuole, riverbera quella cultura su cui l’istituzione scolastica ha eretto i suoi principi. Questo paradossalmente è un punto di forza e il limite delle istituzioni.
Ota de Leonardis lo menziona come principio di inerzia, la riluttanza a modificare gli schemi adottati e che la rendono, in un certo senso, “stupida”. Un punto interessante che intendo toccare è proprio questa stupidità, che non è un giudizio volto a denigrarla.
Con questa accezione sottolineo una cosa assai strana e che, onestamente, mi ha sbalordito.
Le istituzioni sono fatte per ricreare gli stessi problemi risolti in passato e risolverli un’altra volta, tenendo fede a un meccanismo che lavora sull’economia cognitiva. “Meno dobbiamo pensare a cose diverse, meglio è”.
Citando una metafora usata da Ota de Leonardis, le istituzioni sono pratiche sociali assunte a routine negli anni che ti invitano a solcare un terreno già solcato. Non sai perché usi l’aratro per rimarcare il sentiero, ciò che conta è farlo e basta.
L’ingresso degli attori, dunque, ha luogo all’interno di un repertorio di categorie già dato, non scelto arbitrariamente ma, come detto prima, assunto a verità comune. Tale insieme precostituito impoverisce le capacità di pensare in modo critico, poiché atrofizzi il tuo repertorio cognitivo.
Porre soluzioni identiche in modo pressoché perpetuo, d’altronde, rassicura dinanzi alle incertezze, restituisce un senso di appartenenza al cospetto dei periodi più bui.
Non a caso, quando il sociologo Bauman tematizza sulla sfiducia nei confronti delle istituzioni, intende soffermarsi su questo assunto: gli organi istituzionali avvertono uno spiazzamento quasi totale di fronte alla moltitudine di crisi.
Ergo, non ci fidiamo più, ma la solitudine è un ripiego disfunzionale.
Riprendendo le nostre vecchie conoscenze, Jennifer e Austin, potremmo affermare che noi, in quanto figli, abbiamo subito un tradimento dai modelli guida, in passato, garanti di sicurezza.
Il cambiamento possibile: rompere gli schemi
Quando affermiamo “Alla scuola non frega niente”, “La scuola non si cura di questi fenomeni”, “La scuola è obsoleta”, entriamo nel merito di routine fossilizzate nel profondo della cultura educativa.
Abbiamo visto la metafora del tavolo per descrivere le concordanze e le discordanze degli attori (così chiamati) di un’istituzione. Dire “le istituzioni sono nella nostra testa”, pare un azzardo clamoroso, eppure è l’assurda verità.
L’organizzazione stabilita per i banchi in una classe, la campanella assordante degli intervalli, il collocamento della cattedra di fronte agli alunni, i colori selezionati per le pareti, concorrono a ricomporre il sistema simbolico escogitato in precedenza.
Lo definiremmo un sistema autonomo capace di autoriprodursi nella maniera più precisa possibile, a costo di ridurre ogni sbavatura.
I commensali invecchiano, finiscono il loro lavoro, si staccano dal tavolo, e passano il testimone a te, il nuovo attore certo solo di dover prestare massima attenzione all’orizzontalità del tavolo.
Ma se i problemi risolti dalle istituzioni cambiano e l’inerzia funge da ostacolo? È la domanda delle domande, di cui l’intera scuola italiana sta risentendo. Le crisi mutano, le emergenze sociali idem, i bisogni educativi pure, ma quando affermiamo “Alla scuola non frega niente”, “La scuola non si cura di questi fenomeni”, “La scuola è obsoleta”, entriamo nel merito di routine fossilizzate nel profondo della cultura educativa.
L’esperimento di Paul Watzlawick facilita la comprensione di questo argomento. Nella fattispecie, il test dei nove punti chiamò in ballo una serie di partecipanti a risolvere un dilemma. Watzlawick chiede di disegnare quattro linee rette per unire nove punti disposti in una griglia, senza staccare la penna dal foglio.
Cosa ci insegna questo esperimento? La mente umana proietta spontaneamente un quadrato sui puntini, non perché ci sia effettivamente un quadrato, ma perché la mente è utile a uno scopo: ordinare la realtà in categorie.
Il quadrato è una figura geometrica con quattro lati uguali fra loro, che se vogliamo non esiste in natura, però noi, in quanto esseri umani, li concepiamo mentalmente. Abbiamo bisogno di signi-ficare il mondo, cioè attribuirgli dei segni.
Qual è la cosa interessante da notare? Quando siamo talmente rinchiusi in questa proiezione da non badare minimamente a significati esterni a quella esperienza. I mondi possibili vengono piantati in asso, e con essi la speranza di innescare cambiamenti.
La differenza la fa l’aggiunta di un puntino, gesto che oltrepassa la realtà conosciuta delineandone una diversa, inedita, processo definito in gergo psicologico enactment, attivazione.
Ahimé, è un’attitudine assopita nelle tenebre del dolore, della sofferenza, delle bastonate ingiuste, nei rancori, che ancora stiamo scontando nell’educazione moderna.
Ci basta però pensare a un concetto: noi facciamo le istituzioni, noi applichiamo le pratiche, noi ripristiniamo le abitudini, noi assecondiamo i simboli precostituiti.
Che ci piaccia o no, la scuola vive nelle nostre teste.
Fonte:
“Le istituzioni. Come e perché parlarne”, Ota de Leonardis, Carocci Editore


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