Le Nostre vere radici - con Cinzia Adanna Ebonine
- grautivity
- 26 apr 2024
- Tempo di lettura: 11 min
Aggiornamento: 23 set 2024
"Ci sono delle tradizioni dell'Italia meridionale vicinissime alle tradizioni del mio paese di origine, la Nigeria"

Bentornati sul progetto Groutivity! Quest'oggi abbiamo un ospite eccezionale e mi sento molto felice di averla qui con noi. Lei è una new entry del nostro progetto e si chiama Cinzia Adanna Ebonine, è una pedagogista dell'interculturalità, giusto?
Sì, non sono ancora pedagogista, sono un'educatrice, formatrice e mi occupo di interculturalità in ambito familiare e scolastico.
Perfetto, Cinzia. Allora, essendo che Cinzia ha delle origini africane e si occupa di portare questa cultura nelle sue formazioni, quest'oggi affrontiamo un tema molto importante e soprattutto anche molto intricato, che riguarda proprio la cultura africana. Ci sono diversi miti, come sappiamo, diverse credenze e immagini relative a questo e vorrei sapere da parte di Cinzia, quest'oggi, qual è l'essenza di questa cultura? Come mai risiedono lì le nostre vere origini?
Allora, innanzitutto grazie per l'eccezionale, però diciamo che sono semplicemente un'educatrice che ama quello che fa, per carità, però ancora non eccezionale. Comunque grazie lo stesso. Allora, detto questo, partendo dalla domanda che mi hai fatto, inizio un attimo già a mettere i miei occhi sull'inferno. Potrebbe, soprattutto con un orecchio un po' inconsapevole, voler dire nulla. Se si parla di cultura europea, tanto per fare un esempio, si basa alla propria, i propri usi, i propri costumi e le proprie tradizioni e la stessa cosa avviene nel continente africano. Solo che purtroppo, anche in virtù della supremazia bianca e di tutti i discorsi che sappiamo benissimo sull'egemonia culturale, siamo portati a pensare all'Africa come ad un unicum e, soprattutto, a pensarla in un'ottica di produzione umana, quindi di capitale di persone, ma non di produzione culturale.
Quindi diciamo che un po' anche in virtù della mia formazione di educatrice, mi sono resa conto che sui libri di testo, e questo me lo puoi conformare perché sei a breve sarai un collega, noi studiamo tantissimo la pedagogia montessoriana, la pedagogia steineriana. Per carità sono validissime e io stessa applico alcuni di questi principi, però siamo portati a pensare che quella sia l'unica forma di pedagogia e di produzione, se vogliamo, culturale esistente.
In realtà ci sono degli approcci pedagogici africani, nel campo scientifico, nel campo tecnologico, nel campo storico, a livello anche di ordinamenti giuridici, eccetera. Quindi mi sono resa conto che questa stessa, innanzitutto necessitava da parte mia un dare dignità alla storia che mi ha preceduta. Sono nata in Italia ma ho origini fierissime nigeriane, quindi nella narrazione che io tra i banchi di scuola ascoltavo del mio continente, purtroppo il mio continente veniva sempre un po' raccontato e descritto come “Il continente”, “l'Africa nera”, che ha subito le sorti del mondo occidentale: la tratta degli schiavi, o meglio la tratta degli uomini resi schiavi. Se ci pensiamo, ti cambia la percezione.
Non è che uno nasce schiavo, uno diventa schiavo e anche in quel caso non diventa schiavo, e quindi quando anche noi la studiamo a scuola, noi la studiamo come la tratta degli schiavi.
Attenzione, è la tratta degli uomini e delle donne rese schiavi, e per quanto il colonialismo ci sia stato è una storia sicuramente di sofferenza inutile, innegabile, però è stata anche una storia di resistenza, che nessuno, perlomeno da questa parte del mondo, ci insegna.
Certo, e quindi si parla proprio di schiavi come una condizione inutile, con cui stati costretti in certo senso, negativamente. Però proprio una cultura, un'altra esistenza dell'occidentalizzazione. Una cosa che dico spesso anche quando faccio formazione, è che l'Homo sapiens ha origini africane, quindi l'Homo sapiens apparve nel continente africano. Successivamente, per una questione di migrazioni, la visione è stata decentrata. Questa è una cosa che a noi non piace contare. L'Homo sapiens apparve sul continente africano, da quello non ci scostiamo.
Poi ci sono stati degli adattamenti del corpo dell'Homo sapiens in giro per il mondo, per cui la pelle magari si schiarisce o il naso assume anche in virtù di determinate condizioni climatiche, un aspetto piuttosto che un altro. Però ciò non toglie che la nostra matrice, ed è per questo che si parla di razza umana unica, è la stessa.
Poi quello che cambia sono gli adattamenti dei nostri corpi e, come sappiamo benissimo, il patrimonio genetico influenzato dall'ambiente. Quindi com'è possibile che se apparve nel continente africano, di punto in bianco, la produzione culturale è solo quella dei greci, della civiltà, quelle “classiche”, romane, oppure il massimo che noi conosciamo del continente africano è la cultura araba.
In Egitto c'è stata la dominazione, quindi qualcosa sappiamo della dominazione araba, soprattutto nella parte dell'Italia meridionale, però poi c'è un gap culturale di quasi 1700 anni, con l’inizio della tratta. Così come c'erano le dominazioni dei romani, dei greci, tutte le civiltà classiche, anche in Africa c'erano degli imperi. Ne cito alcuni: l'impero del Mali, l'impero del Ghana, l'impero del Benin, quello del paese dove sono originaria.
Questo riguardo all'Africa occidentale, poi c'erano altri imperi anche nell'Africa centrale, Africa meridionale e Africa orientale.
Quindi non è che l'uomo appare sul continente africano e poi, “puff”, sparisce, si trasferisce la conoscenza dall'altra parte, oltreoceano e loro restano lì, detto proprio in maniera forse troppo banale e semplicistica. Penso anche a tutte le invenzioni da un punto di vista matematico, da un punto di vista giuridico.
Ci sono tutta una serie di scoperte e di invenzioni che appartengono al continente africano e che non sono occidentali, ma sono africane.
Io non mi scorderò mai quando andai al British Museum a Londra, così come in tanti altri musei europei e nel Nord America, ed era pieno di artifatti, di produzioni, di tessuti, che erano i tessuti che indossiamo e che si indossano tutt'oggi in Asia, giusto per fare un esempio. È questo ciò che mi spinge, insieme a tantissimi altri afrodiscendenti che sui social stanno facendo divulgazione, a lottare. Pagine del tipo We Africans United, che ridanno dignità e onore a queste storie che, purtroppo, qualcuno ha scelto di non raccontare.
Tra l'altro, proprio rispetto a questo discorso, della cultura dell’abbigliamento, dei vestiti, dei tessuti, mi viene in mente che recentemente ho partecipato a una visita ad un museo, proprio sulla cultura africana. Il fotografo esposto, di cui adesso non ricordo il nome, ha immortalato diversi momenti con le stesse persone africane che indossavano abiti, anche nostri. Questa è la logica dell’incontro, nel senso che magari vediamo spesso gli africani come persone divergenti da noi; in realtà basta la questione di integrazione culturale, che subito tutto appare differente.
Esatto, ma c'è anche poi un discorso, se vogliamo, di lavorazioni che sono sempre incomplete, in virtù di determinati meccanismi sociologici. Io prima ho parlato di supermazia bianca, perché è quello che ci hanno sempre raccontato: “siamo meglio, siamo gli invasori”.
Tutta la ragione dietro al colonialismo era quella di rendere umani questi selvaggi. Ovviamente non era così. Quello che poi è stato tratto, e che tutt'oggi, questo ci tengo anche a precisarlo, colpisce la nostra cultura, è proprio questo aspetto, ovvero l’inferiorità e superiorità. La mia cultura, e quindi per citare l'ambito pedagogico che è il mio, la Montessori va bene, la pedagogia dell'Ubuntu no, perché quella neanche la conosciamo e perché soprattutto è africana.
E quindi sì, c'è sicuramente tanta supervazia bianca, ma anche proprio un ruolo di attribuzione di una condizione di subalternità del corpo nero e dei colpi neri.
Esatto, infatti, poi c'è stato un concetto, secondo me, interessante, ovvero superiorità e inferiorità. Oggi si pensa alla razza, a persone che magari vengono dai bassi fondi, o comunque dai ceti sociali più bassi, che hanno le stesse qualità delle persone “superiori” e però vengono etichettate solamente per quello. Come si potrebbe valutare a livello di narrazione, oppure a livello di trasmissione e condivisione, questi concetti per mettere luce su questa cultura?
Semplicemente, come hai detto tu, mettendo luce su tutti questi gap, su questi vuoti, su questi buchi culturali che nella realtà non esistono. Perché questo gli africani lo sanno bene. Mi viene in mente, per esempio, la prima costituzione del mondo.
Nessuno ci dice che in realtà era una costituzione organizzata. Era una costituzione del XIII secolo originaria della regione che oggi corrisponde al Mali, la Carta Mandella. Ma noi non l'abbiamo mai studiata da questa parte del mondo. Ed è la prima, la costituzione più antica del mondo. Aveva 44 articoli, perlomeno nella sua trasmissione per via orale.
Il fatto che una tradizione sia orale, mi vengono in mente le metafore, non toglie valore a una determinata tradizione. Che poi ci sia bisogno, anche per una questione di legacy, di trascrivere il verbo, ciò non toglie che è il verbo che origina poi la tradizione scritta.
È una forma di organizzazione del pensiero. Per cui questa costituzione che è stata trascritta da credo un etnologo milanese, contiene i cosiddetti principi e diritti che noi oggi tanto decantiamo quasi come diritti occidentali, e non dei “selvaggi”.
Ovviamente ci tengo a precisare che uso la parola selvaggio in maniera del tutto sarcastica, non di certo per connotare una determinata provenienza.
Quindi noi portiamo la loro cultura, ma in realtà la loro cultura ce l'abbiamo già. Quindi li eleviamo allo stato di persona, ma in realtà loro persone lo erano già. Questa costituzione aveva poi dei diritti, come la parità di genere. Una volta durante una formazione... Mi viene fatta questa domanda rispetto al ruolo della donna africana. In realtà questa costituzione ci dimostra perfettamente quanto ci fosse parità di genere, (stiamo parlando del tredicesimo secolo). Oppure il fatto che nell'educazione oggi va tantissimo di moda questa frase, questo proverbio africano non meglio specificato: “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Da dentro la costituzione Mandela, rispetto all'educazione in quanto atto collettivo, tramutato in quelle che chiamiamo agenzie educative, in realtà altro non sono che quel villaggio di cui noi tanto parliamo.
Tra le altre cose, è un patrimonio culturale del UNESCO dal 2009.
Ah, pensa un po' te! Infatti proprio su questo, io ho diversi amici africani e una cosa che ho sempre riconosciuto tantissimo è il senso della famiglia che hanno, il senso dell'unione, anche nell’atto del mangiare. Hanno un fortissimo senso dell'aiuto, della disponibilità, della collettività, dell'essere tutti insieme.
E alla fine, in un paese anche molto individualista come l'Italia, quello che è adesso un paese individualista, si possono trarre dei valori di ispirazione da parte di questa cultura o delle culture africane, secondo te?
Ma in questo senso mi viene da citare l'approccio transculturale, che supera l'interculturalità nel senso che va ad individuare quelli che sono gli elementi che le varie culture hanno in comune. Credo che anche quando si parla di conoscenza bisognerebbe sempre mettere in conto che sia sempre e comunque relativa. Quello che tu pensi di sapere è relativo al contesto nel quale ciascuno di noi è inserito e quindi sì, ci sono dei valori, se vogliamo anche trasversali, che accumulano culture di tipo collettivo piuttosto che culture di tipo individualista.
Però quello che sarebbe interessante, è l'integrazione delle differenze. Riconosciamo gli aspetti comuni, ma valorizziamo invece quelli e integriamo.
“Il tutto nelle parti e le parti nel tutto”, come diceva Morin.
Esatto, come diceva Morin, esatto. Bellissimo.
A livello di storicità, vale lo stesso. Mi ricordo che abbiamo parlato di quanto tanti protagonisti storici che ricordiamo tutt’ora nella nostra cultura, in realtà, avevano delle radici profondamente africane, anche imperatori e così via. O sbaglio?
Allora, io ricordo per esempio durante un evento che si è tenuto a Roma, senza citare, per una questione di privacy, ul nome della persona che mi fece questa domanda difficile. Disse che “Voi (inteso noi afrodiscendenti) parlate di afrodiscendenti”. In Italia, continuò “in realtà, non c'erano afrodiscendenti nel 1500 piuttosto che nel 1700”. Noi abbiamo (io e quanti erano presenti), un po' confutato questa teoria, che poi in realtà era una non teoria. Però non lo dicevo ad alta voce. Ci sono, per esempio, dei personaggi della storia italiana, o meglio, la storia poi dei regni d'Italia (perché poi l'Italia è del 1861, ma anche quello ce lo dimentichiamo) come Alessandro De' Medici.
Quante persone, io compresa, l'ho studiato a storia, ma nessuno ci aveva mai detto che Alessandro De' Medici era afrodiscendente e che quindi aveva sangue in parte ed orgogliosamente, africano. Questa storia è stata raccontata soltanto da qualche anno, da una meravigliosa regista ed attrice, Daphne Di Cinto, vi invito anche a consultare la sua pagina. Ha realizzato un corto e racconta la storia di Alessandro De' Medici, che divenne il Duca di Firenze, ma nessuno, lo spiega in qualsiasi libro di storia che abbiamo utilizzato. Questo dato purtroppo è stato omesso ed è importante soprattutto rispetto agli occhi con i quali noi guardiamo alla storia: ricordiamoci sempre che la carta stampata è una forma di conoscenza limitata.
E sapendo che a te piace tanto parlare di pensiero divergente, che in parte è il focus del progetto Grautivity, è proprio questo. Vi hanno dato un’informazione, però impariamo a confutare quanto ci capita tra le mani, quanto leggiamo, quanto assorbiamo. L'accesso all'informazione è immediato, tuttavia è sempre un'informazione labile, parziale; cerchiamo invece di ritornare forse indietro, di approfondire, di porgere domande.
Ora ho la testa riempita di domande! Secondo te, se dovessimo far luce, come dicevamo prima, su questa cultura e questo background, si potrebbe realizzare questa transculturalità di cui stai parlando? Come si potrebbe fare, in certo senso, a mettere insieme tipologie diverse e a sfatare questi miti che tanto albergano nella nostra società?
Allora, in maniera inconsapevole a volte lo facciamo, e lo fanno in maniera invece naturale determinate persone, ossia persone come le cosiddette seconde generazioni, che sono delle persone che nascono o crescono in paesi diversi rispetto ai paesi di origine dei propri genitori.
E come caratteristica naturale, noi siamo portati ad utilizzare, se vogliamo, un approccio trasculturale dal primo giorno di vita, perché la realtà che viviamo in casa è, il più delle volte, diversa.
Rispecchiamo le tradizioni. Se io penso proprio alla mia esperienza, le tradizioni, quindi il cibo, come le canzoni, o la religione, spesse volte quello che mi ritrovavo in casa non era quello che poi io vedevo al di fuori. Però cercavo, in maniera inconsapevole e naturale, di cogliere. Io ho proprio un allenamento emotivo e con le mie tantissime seconde generazioni, di “ok, in Italia si fa così e c'è questo x, y, z”, in Nigeria o in qualsiasi altro paese si fa colì e c'è un altro x, y, z.
Poi se guardi, alla fine ci sono delle cose comuni. Penso per esempio all'Italia meridionale: ci sono delle tradizioni dell'Italia meridionale che io trovo vicinissime alle tradizioni del mio paese di origine, la Nigeria. Anche questo fatto della cultura collettiva, era la realtà in Italia prima delle guerre mondiali.
C'erano culture di mutuo aiuto, come le casse di risparmio. Però la differenza non c'è, la struttura è quella. Ci sono dei valori che sono appunto, come dicevo prima, universali e che tendiamo a vedere come un fattore di differenza. È chiaro, tuttavia, che ognuno di noi ha un proprio bagaglio di esperienze, una propria vita.
La cosa interessante sarebbe proprio cogliere questi aspetti di complessità (che non vuol dire qualcosa di complicato), valorizzarli, raccontarli, divulgarli.
Esatto, infatti la complessità, tra l'altro, dipende anche molto da come noi ne parliamo, come noi ne raccontiamo le cose, perché prima parlavi appunto del fatto storia, no? La storia cos'è? La storia è il racconto, la storia è la narrazione, quindi se una narrazione ti indica “non chiedere perché una persona è di colore”, piuttosto che “non chiedere perché sono vestiti così”, “perché quella ha il velo”, e così via, già qui indichi questo va bene, questo non va bene. Invece, forse, tu dicevi proprio che noi nasciamo, in un certo senso, transculturali. Si può far leva su questa flessibilità emotiva e cognitiva dei bambini, no?
Per questo, la pratica di antirazzismo, dovrebbe essere, per quanto faticoso sia, fondamentale. Ci espone, di fatto, a parlare di cose che hanno tanto di personale, oltre che di professionale. Però, in realtà, è un esercizio di flessibilità, è un allenamento. Oggi parliamo di allenamento emotivo, ma ci siamo dimenticati che l'allenamento deve essere anche di tipo cognitivo, cioè imparare a guardare il reale, ad interpretarlo non come qualcosa di reale, ma relativo.
Mi viene in mente, per citare alcuni nomi che diamo alle cose, la scoperta dell’America. 1492, ma quale scoperta? È stata un'invasione? È stato uno dei primi genocidi della storia?
C’erano addirittura gli egizi con le tombe, prima del nostro sbarco.
Esatto. Quindi è importante, sì, dare il nome giusto alle cose, perché poi quello ti taglia la prospettiva. È un po' come quando ho imparato a me stesse spese, quando faccio formazione, se io chiedessi a una persona media, per strada, “tu pensi che l'Italia sia un paese razzista?” La risposta nel 99,9% delle volte è “no, in Italia può venire chiunque”.
D’accordo, ma pensi che magari in maniera inconsapevole, in virtù di questa supremazia bianca, in virtù di tutte le informazioni relative che ci sono arrivate sulla carta stampata tra i bambini in scuola, forse potresti essere in maniera inconsapevole razzista e ti porto i fatti? Automaticamente c'è sempre uno shift proprio a livello cognitivo e la risposta diventa: “ma sai che non lo sapevo, in realtà metto in atto dei comportamenti razzisti senza saperlo”. Poi è chiaro che forse ho anche una visione un po' ottimista, anche in virtù della mia formazione pedagogica, che è un po' “la scienza della speranza”, quella dell'ottimismo, però è così.
No, è vero, anche perché se non la coltivassimo non ci sarebbe progresso, che ora, secondo me, è essenziale. Tra l'altro, quello che mi dicevi mi porta anche all'allenamento alla cultura delle differenze, quindi differenza non come esclusione, ma come esclusività, quindi come un'eccezione del suo genere. Questo è molto importante.
Allora, Cinzia, abbiamo fatto ben mezz'ora di live abbondantissima, quindi io sono andato avanti per ore. Faremo altri episodi sempre su questo tema. Grazie di essere stata ospite!
Grazie a te, Christian, a presto!


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