Neuroplasticità: come il Cervello si Trasforma ogni giorno (e perché l’educazione fa la differenza)
- grautivity
- 28 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Hai presente le centrali elettriche, dove basta un cavo fuori posto per sfalsare tutto? Quando abbiamo a che fare con la materia grigia, ogni singolo pensiero, gesto o valutazione causa determinati comportamenti. Occuparsi di una classe di studenti va ben oltre l’avere a che fare con facce che fanno finta di stare attente – salvo casi eccezionali.
Svolgere una professione nel sociale significa accettare una grossa responsabilità: influire sull’insieme di cavi nella centrale elettrica di ognuno. Come nel cliché del "filo giusto da tagliare": quale sarà quello corretto? La manovra da compiere è quella giusta?
Indice:

"Non è abbastanza portato"
Ebbene sì, la scienza irrompe nella comune idea del talento. Dalle scuole elementari, sentiamo frasi come:
"Non è abbastanza portato per quella materia", "Quel bambino/a ha più talento", "Serve talento per poter fare quel mestiere".
Tutte dicerie riassumibili nel determinismo scientifico, un paradigma che difende la predeterminazione delle caratteristiche naturali.
Viene assunto come vademecum dalla stragrande maggioranza dell’istruzione moderna e produce, ahimé, svariati danni.
Dare per scontate le potenzialità di un individuo (uno studente, ma anche un figlio, un amico, un collega), a seconda dei modelli adottati a livello culturale, sclerotizza i futuri possibili.
Tanti di noi avranno sentito a più riprese parlare delle abilità logico-matematiche, linguistiche e visuo-spaziali (o QI), le doti che compongono ogni beneamato eletto sul podio della classe.
Questa non vuole trasformarsi in una polemica sull’intelligenza, ma su un argomento al centro dell’attenzione scientifica, che ormai riverbera da più di un secolo.
Superpoteri o realtà?
La neuroplasticità è un concetto di grande portata, che personalmente trovo di notevole fascino.
Già solo a pensarci, catapulta chi lo legge nell'infanzia, quando il cinema proiettava scene di supereroi. È facile pensare a sensazionali doni divini che scorrono dentro di noi, tramutandoci in esseri senza freno. Beh, non è proprio così — lasciamo Super-Man col suo contratto a tempo indeterminato con la DC.
Il primo a definire il termine neuroplasticità nella sua accezione moderna fu William James, nei suoi Principi di Psicologia del 1890:
“The possession of a structure weak enough to yield to an influence, but strong enough not to yield all at once…”
Sì ok, non si è capito nulla. Spieghiamolo meglio.
Secondo James, la plasticità del cervello poteva essere compresa considerandolo un organo nel quale “correnti” provenienti dai diversi organi di senso si riversavano, creando percorsi che non scomparivano facilmente (le sinapsi). Incredibile notare come i colori che vediamo, i suoni che captiamo, le superfici che tocchiamo e gli odori che giungono al nostro olfatto cooperino per tracciare la mappa che abbiamo del mondo.
James ne aveva compreso la portata. Poi venne seguito da un altro neuroscienziato, Santiago Ramón y Cajal, che parlò di “plasticità neurale”, pur ribadendo che le connessioni cerebrali nei soggetti adulti rimangono pressocché invariate. Verità smentita decenni dopo.
What fires together, wires together
Sì, lo so, sto rischiando l'esilio con l'inglese.
A seguito di Cajal, fece il suo ingresso un altro neuroscienziato, ricordato per aver detto la frase che leggi nel titoletto
Sembra una frase motivazionale alla Tony Robbins, tipo “Just do it!".
Donald O. Hebb pubblicò The Organization of Behavior nel 1949, dove spiegava che i neuroni che si accendono insieme si potenziano insieme, fenomeno noto come “assembramento cellulare”.
È una sorta di contagio neuroscientifico: tutto ha inizio con uno starnuto (attivazione di uno o più neuroni), fino a spargersi su larga scala (connessioni).
Nella sua semplicità, è un concetto che riassume un complesso di inneschi chimici, elettrici e biologici da trattare in un’altra sede.
In sostanza, la neuroplasticità, contrariamente a come si possa pensare, non è infinita: è adattabilità strategica. Il cervello non cambia del tutto. Cambia ciò che serve, ottimizzando risorse esistenti. Con ogni nuova esperienza, il cervello ricabla leggermente la sua struttura. E questo ricablaggio è mediato dall’attività genetica indotta dall’esperienza, che vediamo più in là nell'articolo.
È un argomento che ribalta la visione deterministica, per la quale gli esseri umani hanno abilità immutabili. Infatti, fino al 1998 era ampiamente accettato che le connessioni neuronali nel cervello adulto fossero invariabili. Si pensava che i neuroni che popolavano una determinata area cerebrale fossero fissati in conformità al codice genetico. La genetica stabiliva le sorti di un individuo. Affermazione con un apice di verità… ma da contestualizzare.
La neuroplasticità può permettere di compensare i deficit, allenare aree cerebrali, sviluppare connessioni deboli o nuove. Come diceva Aristotele:
“Ogni essere prima è in potenza, poi in atto.”
Non sai da subito che un uovo, appena si schiuderà, diventerà un pulcino — a sua volta destinato a diventare una gallina (o un gallo), ammesso che non capitino severe intemperie. Alcuni studi arrivano a rinforzo di questa tesi. Le connessioni cerebrali sono come l'uovo nella metafora del pulcino: molte di esse in un primo tempo sono inesistenti, ciò nondimeno non vuol dire che sono impossibili.
Molteplici studi specificano questa capacità del cervello, nel caso dei violinisti, che mostrano una crescita neurale nella corteccia somatosensoriale, dedicata alla mano che suona; i tassisti, che sviluppano le aree cerebrali coinvolte nelle relazioni spaziali; in soggetti che praticano la meditazione buddista, e i relativi effetti sulla gentilezza amorevole.
E la cosa più incredibile? Questi effetti sono duraturi. Il cervello è come un pezzo di plastilina che, con le dovute attese, rimodella se stesso con l’esperienza e l'aiuto di un artigiano.
Scolpire l'invisibile: il ruolo dell'educazione
Chiariamo: volere non è sempre potere. Lo sviluppo (o il declino) delle connessioni neurali dipende da ambienti, cerchie sociali, abitudini quotidiane. Non sempre le condizioni sono favorevoli.
Tuttavia, l’atto di responsabilità è individuare le aree in cui agire. Distinguere ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. È una lezione fondamentale da veicolare a tutti gli insegnanti, educatori e non solo. Insegnare dovrebbe equivalere a delineare la scoperta dell'invisibile, affinché gli studenti possano affinare le conoscenze.
Essere aderenti a questo approccio significa sapere come i neuroni si connettono, come si consolidano le sinapsi, come estendere i confini del sapere.
Un paragone con il mondo artistico può facilitare la comprensione del discorso.
Il valore di una scultura dipende dal contesto storico-culturale. Il David di Michelangelo nasce da una visione. Un artista pronto a trasformare un materiale in qualcos’altro. Senza il contesto storico, combinato con l'intenzione di Michelangelo, il David non avrebbe il prestigio che ha oggi.
Sapere cos’è la neuroplasticità significa essere pronti a vedere tanti David di Michelangelo quanti sono gli studenti in classe, i figli in una casa, i ragazzi in una comunità, gli amici di una vita.
Intravedere la forza di una supernova prima dell’esplosione richiede un telescopio emotivo. L’educazione è questo: aiutare a sprigionare l’invisibile.
Il Manuale di Istruzioni NON basta
La genetica aiuta fino a un certo punto.
Il patrimonio genetico è un manuale in incognito, pieno di dati che vengono attivati — o ignorati — in base agli accadimenti esterni.
Se metti un potenziale musicista in un ambiente privo di strumenti, avrà poche chance.
Lo stesso vale per chi deve allenare le aree cerebrali predisposte alla musica. Risulterà una pratica spontanea se il soggetto parteciperà a concerti, laboratori musicali, o perfino se ascoltando una canzone la vorrà riprodurre. Però la genetica è profondamente collegata al contesto.
Il premio Nobel Eric Kandel, neurologo e psichiatra, affermava:
“La regolazione dell'espressione genica da parte di fattori sociali rende tutte le funzioni del cervello suscettibili alle influenze sociali… alterazioni influenzate socialmente sono trasmesse culturalmente.”
Otto settimane di meditazione hanno mostrato alterazioni in 1561 geni. Questi risultati dimostrano in buona parte che il determinismo ghiaccia il progresso. Stabilire a priori cosa sarà in grado di fare un individuo, condizioni biologiche e sociali permettendo, blocca la strada per ulteriori scoperte.



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