Essere sempre Felici col Cinismo - L'Arte di Vivere ep.1 - con Salvatore Grandone
- grautivity
- 26 apr 2024
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 23 set 2024
“La felicità non è altro che stare allegri in tutto e per tutto, senza rattristarsi in nessun modo, qualunque sia la situazione o l’occasione”.

Oggi affronteremo una domanda molto importante: “come posso cambiare?”. Ognuno di noi prova un certo senso di insoddisfazione; non è del tutto contento di ciò che è. Vorrebbe cambiare, ma come? Salvatore Grandone ci aiuterà a vedere in che modo i filosofi provano a rispondere a questa domanda. In particolare, analizzeremo la prospettiva del cinismo antico.
Esatto Christian! Partiamo dalla domanda “Come posso cambiare?”. È un quesito che ci poniamo tutti, perché ognuno di noi avverte lo scarto tra l’io reale, ciò che è, e l’io ideale, ciò che vorrebbe essere. All’interno del nostro io ideale sono presenti però delle contraddizioni: alcuni suoi elementi provengono dal nostro essere più profondo, altri sono invece imposti dalla società, derivano dall’ambiente esterno.
È evidente che provare a cambiare se stessi quando non è chiaro l’obiettivo da raggiungere è difficile, se non impossibile! Ecco perché è importante fare un passo indietro e vedere come i filosofi affrontano questa domanda. Il loro modo di porsi le domande è molto più radicale del nostro.
Oggi ci soffermeremo, appunto, sulla prospettiva cinica.
Alla domanda “come posso cambiare?” rispondo in maniera provocatoria “diventa cinico!”.
La risposta sembra una provocazione, perché dire di una persona che è “cinica” non è certo farle un complimento. Per noi la persona cinica è insensibile, spregiudicata, disposta a qualsiasi cosa per raggiungere i suoi obiettivi. Ma nel mondo antico, il cinico era un saggio, un filosofo che incarnava ben altri valori. Proviamo allora a percorrere brevemente la storia del fondatore del cinismo antico: Diogene di Sinope.
Diogene è un filosofo nato intorno al 412 a.C. e morto intorno al 323 a.C a Sinope, una piccola città che si affaccia sul Mar Nero. È un periodo complesso per le polis greche, che stanno perdendo un po’ alla volta la loro autonomia, inglobate in realtà più ampie. Penso in particolare al Regno di Macedonia, prima con Filippo e poi con Alessandro Magno.
Il padre di Diogene è un cambiavalute, un lavoro importante in una città a vocazione commerciale come Sinope. Grazie alla sua condizione sociale agiata, il piccolo Diogene riceve un’ottima educazione. Raggiunta l’età adulta, Diogene comincia a lavorare con il padre. Ma non è contento, sente che gli manca qualcosa. Vuole cambiare, ma non sa come. Per chiedere lumi sul suo destino, fa come molti al suo tempo: si reca a Delfi per interrogare l’oracolo di Apollo.
Diogene pone una domanda che suona così: “Cosa devo fare per poter cambiare la mia vita?”. Interpellato il dio Apollo, l’oracolo risponde: “Falsifica la moneta”. La risposta sembra chiara. Non dimentichiamo che per ora Diogene lavora come cambiavalute con il padre.
Il problema è che la parola moneta, in greco nomisma, possiede numerosi significati: ad esempio può significare “regola”, “norma”, “valore”, “comportamento”.
Diogene interpreta alla lettera il responso dell’oracolo. Così torna a Sinope e comincia a falsificare la moneta con il padre.
È inutile dire che all’epoca, come del resto oggi, falsificare la moneta è un reato molto grave…
Diciamo che se fosse nato nell’epoca attuale, con le Crypto, avrebbe avuto molti problemi.
Esatto! Devi pensare che ai tempi di Diogene per reati del genere si poteva essere condannati a morte o esiliati. In effetti, dopo un certo tempo Diogene e il padre sono scoperti. Il padre di Diogene è incarcerato, e, secondo alcune fonti, successivamente condannato a morte. Diogene invece è esiliato.
Nel mondo antico essere esiliati è quasi come una condanna a morte. Infatti a quell’epoca non esiste ancora il concetto di individuo. Si aveva un’identità solo appartenendo a una comunità. Essere esiliati era dunque un po’ come morire, perché si perdeva la propria identità.
In ogni caso, Diogene non ha alternative. Accetta la condanna ed è costretto ad emigrare.
Diogene decide di cercare fortuna ad Atene, la città più ricca sul piano culturale e su quello economico del mondo greco.
Giunto ad Atene, Diogene ha lo status di meteco (forestiero). Non può partecipare alla vita politica della città o prestare il servizio militare. Tuttavia può in teoria lavorare come sofista o precettore e in questo modo condurre un’esistenza dignitosa. Ma non è questa la strada che vuole seguire Diogene.
Aspira ad essere filosofo, ma ha bisogno di una guida spirituale.
La trova in Antistene, un filosofo socratico che all’inizio rifiuta Diogene, in quanto non vuole nuovi discepoli. Ma alla fine, dopo molte insistenze, decide di accettarlo. Secondo Antistene esistono due strade per raggiungere la felicità: una più lunga passa per la conoscenza – è ad esempio la strada seguita da filosofi come Platone e Aristotele –, l’altra più corta passa per il dominio delle proprie passioni.
Per rendere più chiaro il concetto si racconta che un giorno Antistene conduce i suoi allievi ai piedi dell’Acropoli e mostra loro le due strade per raggiungerla: una, appunto, più lunga ma agevole, l’altra, invece, ripida e difficile ma breve. La maggioranza degli studenti di Antistene sceglie la strada più lunga; l’unico che opta per la strada più breve è Diogene.
Ma vediamo adesso come Diogene definisce la felicità. Diogene vuole cambiare in modo radicale la sua vita per essere felice. Ma cos’è la felicità per Diogene? Ecco la definizione:
“La felicità non è altro che stare allegri in tutto e per tutto, senza rattristarsi in nessun modo, qualunque sia la situazione o l’occasione”.
Per Diogene la vera felicità non è dunque uno stato di benessere momentaneo, come spesso noi siamo portati a pensare. Essere pienamente felici significa provare una serenità e un’allegria che niente può scalfire. Qualunque sia la situazione o l’occasione, il saggio è sempre in un profondo stato di armonia e di pace. Insomma, Diogene si pone un obiettivo molto ambizioso.
Come si può infatti raggiungere una simile condizione?
In effetti, Salvatore, la felicità come la intende Diogene non dovrebbe portare a un atteggiamento in cui si riesce a restare impassibili di fronte al dolore o addirittura a non provarlo più?
Ed eccoci a un punto fondamentale. Nella sua riflessione Diogene afferma che non si può negare la realtà del dolore. Si possono però mettere in essere delle strategie per ridurre e fronteggiare al meglio i dolori dell’esistenza. Si tratta di intraprendere un cammino asintotico verso l’aponia (l’assenza di dolore).
Ma prima di parlare di questo, voglio elencare le coordinate fondamentali che devono guidare l’esistenza se si vuole essere felici come i cinici.
Per essere felici alla maniera dei cinici occorre perseguire nella vita la libertà, l’autarchia, l’aponia e la natura.
La Libertà:
Essere liberi significa esprimere se stessi a pieno, senza impedimenti. È libero colui che può crescere ed esistere senza ostacoli. Ora, per Diogene gli impedimenti maggiori alla nostra libertà non provengono dal mondo esterno, ma dalla nostra anima. Sono le passioni a renderci schiavi! Diogene ribalta completamente il concetto di libertà del mondo antico. Nell’antichità la schiavitù e la libertà sono prima di tutto degli status giuridici. Invece per Diogene si tratta di condizioni interiori.
Si può essere infatti giuridicamente schiavi, ma interiormente liberi. Viceversa, giuridicamente liberi, ma interiormente schiavi. La vera libertà è per Diogene quella interiore.
Del resto quando in uno dei suoi viaggi Diogene è ridotto alla condizione di schiavitù, questo evento non affetta per nulla la sua anima. Diogene si sente libero e resta allegro e sereno come se nulla fosse accaduto.
L'Autarchia:
L’autarchia designa l’indipendenza. Per essere autarchici bisogna eliminare il superfluo. Questo messaggio mai come oggi è attuale, visto che siamo circondati di moltissimi beni che limitano la nostra libertà interiore.
Dal suo canto, Diogene elimina il superfluo vivendo in una condizione di estrema povertà. Si priva di quelle cose che possono limitare la sua indipendenza. Decide di vivere come un mendicante. Certo, si tratta di una scelta estrema che nella nostra epoca potrebbe sembrare improponibile. Pensa però come lo stile di vita di Diogene sia stato ripreso nei secoli più volte, ad esempio dall’ordine francescano, che pratica il voto di povertà.
Il Dolore:
Passiamo adesso al punto cui avevi accennato: la questione del dolore. Per raggiungere la felicità bisogna aspirare all’aponia. Ma come? Secondo il filosofo molti dolori della nostra vita sono inutili e possiamo liberarcene facilmente. Ad esempio, soffrire per l’assenza di successo nella vita è un dolore inutile. Perché aspirare alla gloria? In effetti ricercare la fama significa riporre la condizione della propria felicità negli altri. Ma perché gli altri dovrebbero renderci felici?
Un altro esempio. Ha senso soffrire perché non si è ricchi? Il desiderio di ricchezza è irrefrenabile. Più sei ricco, più vuoi arricchirti. Anche qui ti condanni a un’inutile sofferenza. E poi, più ti circondi di beni, più sei dipendente da questi e meno sei libero.
Una volta liberato dai dolori inutili, restano i dolori necessari. Questi possono essere di due tipi: naturali, come ad esempio le malattie, e legati alla fortuna, come un conflitto militare che porta alla perdita dei tuoi beni.
A questi dolori puoi prepararti. Per resistere al primo tipo di dolori devi esercitare il tuo corpo e il tuo spirito. Così quando sopraggiungeranno, sarai pronto ad affrontarli con coraggio. Il secondo tipo di dolori puoi invece anticiparlo vivendo appunto un’esistenza semplice, rinunciando, come dicevo prima, al superfluo. Insomma se vivi come un mendicante, hai ben poco da perdere!
Rimani ricco dentro!
Giusto! Ripeto, questo pensiero di Diogene è stato ripreso dai francescani e, aggiungo, anche da scrittori come Thoreau. Penso in particolare a due testi: “Camminare” e “Walden, ovvero vita nei boschi”.
Del resto, esistono varie declinazioni del cinismo.
La Natura:
L’ultimo elemento è la natura.
Cinismo deriva da cane. Diogene infatti, viveva come i cani, per strada. Le persone lo appellavano dispregiativamente “cane”. Ma Diogene assume in modo positivo questo nome. Si reputa un cane di razza, un cane che “morde” gli amici.
Ma mordeva a livello metaforico o fisico?
A volte dava pure le bastonate! Però il suo era un morso metaforico. Diogene morde gli amici praticando l’ironia.
Quindi l’ironia mostra la contraddizione insita in un comportamento allo scopo di generare nell’interlocutore una presa di coscienza, in un certo senso un superamento dell’opposizione verso uno stato d’animo di maggiore sintesi?
Esattamente. Per comprendere meglio il funzionamento dell’ironia di Diogene, voglio parlarti del famoso aneddoto che narra l’incontro tra Alessandro Magno e Diogene.
Un giorno Alessandro arriva a Corinto. Gli abitanti lo accolgono con grandi onori e lo acclamano. Diogene si trova lì in città, ma non è presente tra la folla. La fama di Diogene si è ormai diffusa in tutta la Grecia e Alessandro sa che il filosofo è in città. Decide così di recarsi personalmente dal filosofo, che trova tranquillamente steso a prendere il sole.
Alessandro si avvicina e gli dice: “Chiedimi qualsiasi cosa e te la darò”. Diogene risponde: “Sì, spostati perché mi fai ombra”.
Immagino di fronte a un imperatore così importante, ci vuole un bel coraggio!
Sì, un grande coraggio! L’ironia di Diogene può essere interpretata come un’offesa. Ma non è questa la lettura corretta. In realtà Diogene sta contrapponendo due visioni completamente diverse del potere.
Il potere di Alessandro è un potere transitivo. Alessandro è potente perché ha tante cose (terre, beni, ecc.). Diogene però ritiene che questo non sia il vero potere. Il vero potere è intransitivo, ossia il potere che hai su te stesso, sulle tue passioni. Dunque il vero re è Diogene non Alessandro; il vero sole è Diogene non Alessandro. Non a caso nel chiedere ad Alessandro di spostarsi, Diogene è come se stesse dicendo: “Non farmi ombra, io sono il sole!”
In alcune versioni più tarde di questo aneddoto, Diogene prende addirittura ulteriormente in giro Alessandro chiamandolo bastardo, perché figlio di una donna e di un dio – secondo ovviamente quello che andava raccontando in giro Alessandro.
Ma non voglio dilungarmi troppo. Penso già di aver detto abbastanza.
Vorrei solo chiudere dicendo come Diogene sia veramente un filosofo interessante. È un peccato che a scuola e all’università si studi così poco.
Avrei ancora un paio di domande. Sul primo e sull’ultimo valore vorrei sapere il tuo punto di vista. Hai accennato al valore della libertà. Che differenza c’è tra libertà di espressione e anarchia?
La libertà di espressione per i filosofi antichi è la parresia, il coraggio di dire la verità. Però per i filosofi greci per dire la verità occorre incarnarla con il proprio stile di vita. Ha il diritto e il dovere di divere la verità colui che incarna fino in fondo questa verità mettendola in pratica con un modo di vivere in cui agire e pensare sono coerenti.
Ovviamente dire la verità è molto rischioso, soprattutto perché i filosofi come Diogene la dicono spesso ai potenti, proprio come è successo con Alessandro Magno.
La libertà di espressione è una cosa seria per i filosofi, non il parlare a vanvera, come accade spesso sui social in cui si dice senza riflettere tutto e il contrario di tutto!
Di grandi esempi di parresiasti ne troviamo anche in tempi più recenti. Pensa ad esempio a Falcone e Borsellino.
Rispetto alla questione dell’anarchia nel mondo antico, occorre fare una precisazione.
Per i filosofi molte volte è la democrazia ad essere sinonimo di anarchia. Il potere del popolo è visto come qualcosa di negativo, perché il popolo è rappresentato come una massa di persone che si lascia dominare dalle passioni, che non è in grado quindi di controllarsi.
Per quanto riguarda Diogene, se pensiamo al suo modello di città ideale, si potrebbe dire che la comunità dei saggi costituisce in un certo senso una forma di governo anarchica. Nella città ideale di Diogene, gli uomini e le donne vivono secondo natura. Pertanto non si ha bisogno di leggi. Ma questo presuppone che tutti accettino lo stesso stile di vita, ovvero quello cinico.
Si può parlare di una sorta di comunismo?
Solo in parte, perché nella città ideale di Diogene si vive secondo natura. Mentre in una società comunista, come quella pensata dal socialismo utopico, il lavoro, la tecnica e la cultura giocano ancora dei ruoli importanti.
Bellissimo Salvatore. Abbiamo fatto un contenuto interessante, nonché il primo di una serie sull’Arte di vivere dove verranno affrontati altri filosofi.
Continuate a seguirci per scoprire i prossimi contenuti!
(Testo adattato da Christian Tessitore e Salvatore Grandone)


Commenti