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Per una società della speranza: la rivoluzione che cerchiamo

Vedo, leggo e sento di tante persone angosciate, svuotate dall’interno. Non sono riuscite a resistere al risucchio pervasivo che la chimera di crisi ha innescato. Al solo accenno a soluzioni alternative, i nasi prendono a storcersi. Per intenderci, è il classico amico, vicino di casa o familiare offuscato dalla esorbitante quantità di drammi da non vedere alcunché di luminoso. Dirgli “Andrà tutto bene”, “Sicuramente qualcosa cambierà, me lo sento” significherebbe una colossale presa per i fondelli. Ma, al netto di queste rassicurazioni circostanziali, la chiave di volta sembrerebbe essere una: la speranza.




 “A essere problematica non è l’angoscia per la pandemia, ma la pandemia dell’angoscia.”

Intravedo già delle ammonizioni:


“Dai, vorresti dirmi che dopo tutto quello che hai scritto il segreto è… sperare?”.


Sì e no, a dire il vero.

Bjung-Chul Han ha dedicato un intero libro all’argomento, inserendo intuizioni che trovo calzanti. L’autore mette al centro delle sue riflessioni un tema da discutere per bene. Le crisi odierne hanno un potere capillare, insediato nell’endovena della società, il quale, a sua volta, scantena quello che è un’angoscia diffusa.


Diceva Chul Han: “A essere problematica non è l’angoscia per la pandemia, ma la pandemia dell’angoscia.” (Bjung-Chul Han, pp. 11). Angoscia (dal tedesco “angust”, “strettezza”) sbarra la vista alle possibilità future; è l’atteggiamento esattamente opposto della speranza. Mentre chi spera resta aperto all’avvenire, chi è angosciato vive nella disperazione ("dis-sperare", smettere di sperare). Più calcoliamo, più permaniamo nelle aspettative, più ci troveremo spiazzati dagli imprevisti. Derrida infatti, distingue il futuro, dettato dalla prevedibilità, il calcolo, il programma, dall’avvenire, contraddistinto dall’incerto, dal possibile.


Crisi, convinzioni e controllo


L’angoscia stessa diventa, perciò, il mezzo per eccellenza tramite cui depotenziare il Noi, smagnetizzare le alleanze,

Quando nominiamo i fenomeni che, sotto gli occhi di tutti, arrecano una serie di danni multipli, sottoponiamo la nostra psiche a dura prova, supponendo che la pressione maggiore provenga da tale complessità. Invece, più che preoccuparci dei fenomeni presi singolarmente, dovremmo curarci delle convinzioni deleterie conseguenti.


Se è vero che la normalità consolida la lettura fatta della realtà, ivi inclusa la policrisi, andrebbe questionato l’effetto prodotto collettivamente. Osservare noi stessi dall’alto, domandarsi cosa stiamo realmente facendo per il bene comune, chiedersi cosa stiamo attivando e come lo stiamo attivando, sono domande da porsi oggi più che mai.


La società della sorveglianza obbliga i sottoposti a sottostare a un regime implicito, subdolo, fatto di comandi costanti, ricompense e punizioni, primi e ultimi. Ma attenzione: è una piramide nella quale il singolo (e la comunità) permangono nell’attesa messianica di un’approvazione istituzionale dai più, occupati a prendere decisioni politiche.


Questa eteronomia, cioè il legame di dipendenza dalle istituzioni (non necessariamente tossico), estirpa il soggetto da qualsiasi autonomia e potere decisionale; o per lo meno è lo scopo su cui tale sorveglianza focalizza ogni misura di controllo. Un popolo pensante è pericoloso: fomenterebbe il disordine, metterebbe a repentaglio l’ordine precostituito.


L’angoscia stessa diventa, perciò, il mezzo per eccellenza tramite cui depotenziare il Noi, smagnetizzare le alleanze, e ridurre la libertà del popolo. Uno strumento di dominio intimo, che parla alla pancia ancor prima di passare per l’intelletto. L’angoscia ci rende cittadini ubbidienti e accondiscendenti, ricattabili da qualsiasi offerta con un beneficio migliore dei precedenti.


Ad un drama sofferto di lungo termine, cosa c’è di meglio di un sollievo temporaneo garantito da misure nel breve termine?


Speranza, desiderio e apertura all’incerto


Desiderare presuppone un attaccamento all’oggetto desiderato; sperare, viceversa, è distanza nel tempo e nei fatti, fuori da ogni attaccamento.

Il venire a mancare della speranza scava una fossa sempre più profonda. Nonostante la speranza coesista con la disperazione, sennò non ci sarebbero motivi per auspicare a un domani più florido, il problema risulta evidente quando la seconda prevale senza mezze vie. Chul Han distingue il desiderio dalla speranza: mentre desiderare vuol dire colmare un bisogno, una lacuna immediata, sperare corrisponde a un atto di fiducia nell’avvenire.

È auspicare a un’incertezza dove non sapremo mai se l’aspettativa verrà corrisposta o meno.


Desiderare presuppone un attaccamento all’oggetto desiderato; sperare, viceversa, è distanza nel tempo e nei fatti, fuori da ogni attaccamento. Questo è il pregio, la forza che, probabilmente, tanti non sanno di stare aspettando: la fiducia nell’incerto è un valido antidoto alla massa di criticità odierna.

Se l’angoscia ci rende facilmente governabili e comandabili come burattini, sostenere l’apertura al nuovo esorcizza gli animi da questo sottofondo.


A quel punto rivoluzioneremo le cose. “La speranza è il fermento della rivoluzione.” (Bjung-Chul Han, pp. 20) Prosegue l’autore: “La speranza è loquace. La speranza narra. L’angoscia di contro non può accedere al discorso, non sa farsi racconto.” (pp. 12)

Non c'è speranza senza profondità. Essere all'altezza, dunque, significa aver conosciuto talmente bene le proprie profondità da aver "misurato" qualitativamente il proprio valore.


Educazione e responsabilità delle figure adulte


Io penso che il compito dell’educazione oggi, e certamente della scuola, sia allenare le future generazioni a sperare, a desiderare con cognizione di causa, ma divincolarsi dai “spacciatori di certezze”.

Io penso che il compito dell’educazione oggi, e certamente della scuola, sia allenare le future generazioni a sperare, a desiderare con cognizione di causa, ma divincolarsi dai “spacciatori di certezze”. Quando l’educazione insedierà il suo polo primario nella meraviglia, la quale tutt’altro ha a che vedere con l’aspettativa di qualcosa, otterremo con grande probabilità una nazione di ricercatori, intraprendenti, curiosi.


Le figure adulte, però, devono accettare dal principio una simile sfida. Loro in primis - mi chiamo anche io in causa - sono incaricati di insegnare il dubbio, il prestigio dietro alle ipotesi, la fatica di compiere fatica (una meta-fatica, potremmo dire), sapendo a priori e posteriori che agli atti compiuti non corrisponde necessariamente un risultato compiuto.


Purtroppo, quando queste modalità non avvengono, i discenti concludono la scuola totalmente sfiduciati. Le figure adulte hanno disertato dal compito di educare, così i giovani il campo di possibilità ai garanti di certezze.


Neo-liberalismo, individualismo e illusione del controllo


La rivoluzione non è un obiettivo misurabile, i legami sociali idem. Sennò, l’effetto collaterale sarebbe la riproduzione della stessa cultura dominante che si intende riformulare.

L’unica soluzione concepita, nel neo-liberalismo, è il “farsi da sé”, il self-made-man, colui che già conosce cosa è giusto per se stesso. Le opinioni altrui sono il nemico da affrontare, la nemesi da colpire a tutti i costi. Perciò, accade tanto nei social media quanto nella vita quotidiana, che la costruzione di senso ha luogo in solitudine, nelle fauci oscure della propria cameretta - per i più digitali, sul bagliore radioso emanato dallo schermo del pc.


Il discorso sul neo-liberalismo include, tuttavia, tanti connotati. Dicevo prima che la sorveglianza comanda noi, i nostri corpi, le nostre identità. Ci dice come dobbiamo essere, come dovremmo diventare, come dovremmo comportarci. Ognuno per sé.

A cominciare dalla scuola primaria, veniamo abituati all’angoscia, costretti a badare individualmente ai compiti, ai test, agli errori commessi, all’assorbimento passivo dei contenuti, ecc.


Ottenuto il certificato finale, là fuori restiamo in cerca di qualsiasi corso, esperto, contenuto o occasione che riporti in auge la creatività, l’autenticità e la padronanza di sé. Aspirare a migliorarsi e a conoscersi meglio è di tutto rispetto, direi imprescindibile per una vita dignitosa.

Però, la criticità di questa ricerca, sorge quando facciamo caso a dove essa accade, cioè nel poligono di tiro fatto di: competizione, performance, risultati misurabili.


Ma la speranza vera, non è misurabile. L’autenticità non si misura dai risultati conseguiti. La creatività è un processo incerto, non segnato dalla certezza. Essere sicuri che imbastendo progetti imprenditoriali, o seguendo corsi online, o estraniandosi dalla collettività costituisca il lasciapassare per un’esistenza d’avanguardia, è una pacca sulla spalla illusoria.


Perciò, bisogna prestare attenzione a mantenere la fiducia nell’avvenire distante dal neo-liberalismo. La rivoluzione non è un obiettivo misurabile, i legami sociali idem. Sennò, l’effetto collaterale sarebbe la riproduzione della stessa cultura dominante che si intende riformulare.


Conclusione


Concludo affermando con le parole di Erich Fromm che “Sperare significa essere pronti in ogni istante a ciò che ancora non è nato”.

Soggiacere in maniera vittimistica alla policrisi, annichilisce il gusto per l’attesa della nascita. Abortisce collettivamente la generatività che consegue al parto del nuovo, alla gestazione del non-ancora-presente.


Riferimenti:


Bjung-Chul Han, "Contro la società dell'angoscia - speranza e rivoluzione", Einaudi Editore, 2025


Michel Foucault, "Sorvegliare e punire - nascita della prigione", Einaudi Editore



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