Sopravvivere nella Modernità: "Allenarsi alla complessità" di Alessandro Cravera
- grautivity
- 26 apr 2024
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 23 set 2024
"Siamo conducenti di una Monster Truck con ruote di gomma pane impantanata nel fango, con la credenza che accelerare di più sia la soluzione"
Dominare l’incertezza o essere padroni delle certezze?
Sopravvivere alla modernità è ancora possibile? Il teatro che stiamo vivendo ci ha eretto a protagonisti oltre che semplici spettatori della messinscena. Chi cercava di nascondersi ora è con le spalle al muro. Basta una piccola variabile a scuotere tutto, un soffio a scatenare un uragano dai tratti imprevedibili. Cosa sta succedendo e da dove trarre le risorse necessarie alla sopravvienza nell’epoca del “tutto è possibile”?
Buongiorno, buon pomeriggio e buon tutto! Quest’oggi ti voglio guidare nella recensione di un libro letto recentemente, che mi ha colpito molto! È un’insolita lettura se non ti occupi di management e impresa, però contiene un sacco di spunti interessanti non solo sul lavoro, bensì anche sulla vita di tutti i giorni.

Alessandro Cravera, noto manager a livello internazionale, difensore della complessità, ci spoilera i suoi segreti di battaglia in questo anfiteatro di gladiatori chiamato XXI secolo, aliasi “era del non so dove”, alias “era del quello che faccio non va mai bene”, aliasi “l’era in cui anche il cugino di decimo grado di zia Pina è riuscito ad affermarsi”.
In “Allenarsi alla complessità - schemi cognitivi per decidere e agire in un mondo non ordinato” (è finito il titolo, giuro), Cravera introduce le linee guida per stare al passo alle incertezze.
Alzi la mano o risponda “sì” nella testa a chi è capitato di dire “E ora che censura si fa?”
A me è capitato svariate volte, soprattutto quando vivi da neo-adulto frequentatore di Social, diventati il covo virale di opportunità che, come mostri assetati di chimica cerebrale, attendono pazientemente di essere degnate di sguardo. Tipo quel contenitore in cui alle elementari venivano inserite decine di bigliettini da sorteggiare e se eri fortunat* pescavi quello che volevi. Sembra di giocare d’azzardo, eppure ciò che sottolinea Cravera non è lo sbaglio di compiere dei tentativi, ma come li compiamo.
Prima di tutto: “What’s this fuc*ing complexity?”
Sappi che se il termine ti è nuovo è normale.
Allenarsi alla complessità diventa possibile conoscendo questa grande palestra.
La complessità è come i vermi: non la vediamo ma è presente quotidianamente, e a volte ci disgusta. Chiaro, non è da mangiare a meno che tu riesca con qualche magia superfiga a trasformare le parole in cibo, magari col manuale di Gesù Cristo “Come trasformare l’acqua in vino e altre prelibatezze”.
Facciamo una doverosa distinzione. Esistono quattro tipi di situazioni: semplici, complicate, caotiche e complesse. Le prime due appartengono ai sistemi ordinati e le ultime due a quelli non-ordinati, dove i primi sottintendono i sistemi lineari mentre i secondi implicano la coesistenza di variabili. Ammetto che non si tratta di concetti semplici, appunto, ma proverò a guidarvi alla comprensione.
Dovete aggiungere 50 g di farina a una ricetta? Bene, prendere la farina dal cassetto e versarla nel contenitore. Avete compiuto un’azione semplice. Dovete scrivere un libro? Bisogna analizzare la domanda di partenza o il tema, pianificare la struttura e implementare le azioni necessarie (tipo la scrittura). Avete compiuto un’azione complicata.
I sistemi semplici corrispondono al tipico approccio problema-azione-risultato, immediato e senza dispendio di particolari risorse;
i sistemi complicati prevedono un intreccio di elementi semplici, scomponibili negli stessi e ricomponibili, e si risolvono in maniera più lunga e con un carico più impegnativo di risorse (es. Un libro da scrivere);
I sistemi caotici, dalla radice greca che significa “vuoto”, sono caratterizzati da estrema imprevedibilità e mancanza di schemi ricorrenti da cui è possibile un apprendimento (es. un soffio di vento che spacca in frantuni una finestra creando un universo parallelo con i personaggi della Marvel che ballano nudi (per quanto riprorevole è talmente sconnesso che non sarà ricorrente).
Contrariamente i sistemi complessi prevedono un ampio margine di prevedibilità, che nonostante la tempestività premette un apprendimento, con la conseguenza di schemi ricorrenti. Complesso deriva da cum-plectere, “intrecciare insieme”, e riguarda i sistemi dove i fattori coinvolti sono interconnessi: al variare dell’uno variano anche gli altri.
Nell’epoca in cui viviamo oggi, siamo circondati di situazioni complesse. Se da un lato veniamo addestrati a seguire un unico metodo uguale per tutti, dall’altro sprofondiamo in un letto di angoscia quando dobbiamo tirare fuori le nostre vere risorse. La bastardaggine di assecondare una logica eslusiva, possiede delle radici. Sì, hai capito bene, qualche genio ha pensato di coltivare i semi malevoli del “Metodo”. Quel soggetto misterioso è Cartesio.
No, aspetta, ha fatto anche delle cose belle che non sto qui a enunciare. Ma lui un giorno si è prodigato in una filosofia particolare, denominata determinismo. In pratica: ti alzi, fai questo, quello e quell’altro e se non riesci a ottenere ciò che è stato ottenuto da altri in precedenza, non rompere i cosiddetti. La natura stabilisce delle regole, che portano inevitabilmente agli stessi risultati. Giusto, no? La spada di Damocle che tutti sono arrivati ad avere in cima alla testa è “Devo finire gli studi, trovare un lavoro fisso e poi si vedrà”. Il determinismo sociale vuole una sequenza di comandi, una combo da premere che assicuri la vittoria.
Gneeeeeeee
Già dalle premesse il ragionamento tipico coglie impreparati alla novità, alle dinamiche degli incontri, dal momento che l’educazione è costruita per essere una fabbrica di ingranaggi fatti per stare fermi, in un macchinario di cui cambiano funzioni e obiettivi.
Equivale a produrre a catena dei pezzi di ghiaccio inseriti in un torrente che, si sa a priori li trascinerà con sè rendendoli inermi. Il determinismo aveva le sue ragioni d’essere tre secoli fa, quando ancora il sottomondo quantistico non conosceva la luce, quando l’interculturalità era piuttosto moderata e temi come il lavoro e la natura umana non prevedevano così ampio margine di condizioni
So what’s the problem?
Siamo conducenti di una Monster Truck impantanata nel fango con ruote di gomma pane, con la credenza che accelerare di più sia la soluzione.
Error 404 not found. La sfida XXI secolo richiede un metodo nuovo, incompatibile con quello comune. Allenarsi alla complessità significa affrontare un meccanismo intricato, come la conoscenza, che ha generato ulteriori nodi da sbrogliare, a causa (o per merito) della capacità dell'uomo di portare innovazioni, combinare pezzi e determinare le sorti del globo.
La creazione quindi, in quest’ottica, sarebbe una creazione-della-creazione, cioè un estrapolare dalla realtà ciò che sarebbe stato sottinteso, ma che l’intervento umano ha sollecitato ad emergere.
Quindi la grande sfida è competere con la stessa complessità da noi prodotta e prepararci a interazioni dal grado maggiore di complessità che possono sprigionare in futuro.
Affidarsi a Cartesio è fare un patto con il diavolo.
Stringere la mano alle certezze equivale a stringerla a un judoka sperando eviti proiezioni con il polso. Mantenere un atteggiamento filo-cartesiano rassicura gli animi, è il palliativo all’ignoto, ma quando finisce l’effetto ritorni a stornarti nello stesso enigma.
The first Step: ricorda che non sei sol*
Siamo vittima di un medesimo marchingegno, un’impronta che cammina con noi da millenni: l’individualismo. Quando si presta attenzione solo ad una parte di un sistema (in questo caso il soggetto) spesso si rischia di perdere di vista il sistema stesso. Siamo inseriti in un ambiente o ecosistema, composto a sua volta da tante parti interagenti. I risultati ricavati portano con sè un insegnamento su ciò che funziona a favore del sistema e ciò che, al contrario, ne peggiora la struttura.
Nel tentativo di ridurre la complessità, le azioni compiute rischiano di peggiorare o risolvere solo in misura apparente il problema. Queste azioni vengono definite da Paul Watzlawick “ipersoluzioni”, classificate in tre tipologie:
1) la prima è la riduzione di una situazione a determinate regole, ragionando in chiave deterministica;
2) la seconda porta a ripercussioni negative con l’inter-retroazione, cioè dalla parte dell’autore o delle persone connesse;
3) la terza invece porta all’aggravarsi del problema.
Ulisse e i Doni del processo
Siamo arrivati quasi alla fine di questo breve viaggio nella complessità. Abbiamo sottolineato la differenza tra il determinismo cartesiano e i nuovi modelli dell’epoca attuale. Abbiamo ripercorso le distinzioni tra sistemi ordinati e non-ordinati, e come mai è importante conoscerli. E infine abbiamo fatto chiarezza sulla pluralità che compone un sistema e l’inefficacia delle ipersoluzioni.
Carvera si sofferma sul concetto di viaggio: quanto realmente diamo valore alle tappe percorse.
Durante l’Antica Grecia esisteva il concetto di metis (astuzia), relativo al mitico protagonista Omerico Ulisse. Sì esatto, quel vagabondo timoroso di rimorchiare le sirenette. Tutti ricordano le incredibili imprese riportate nel suo epico manoscritto, e nella fattispecie di una dote che lo distingueva da qualsiasi altra persona. Il fisic... ehm.... era superdotat....ehm.... l’astuzia, volevo dire l’astuzia.
Era un viaggiatore che coglieva i vantaggi di ogni circostanza. In parallelo fu edito L’arte della guerra di Sun Tzu, dove parla dell’importanza di focalizzarsi sul punto di partenza e i risvolti possibili di un piano, non sull’obiettivo.
Da dove proviene allora il nostro schema uguale per tutti?
Una possibile origine è la nozione platonica di eidos, comparsa ne “La Repubblica”, che risalta il concetto di modellizzazione (“un buon generale deve essere un abile geometra”).
È tutto così facile, ma dannatamente difficile!
Una vasta percentuale di aziende, istituzioni e, in generale, persone entra in crisi quando arriva il momento di risolvere problemi. Questa spina nel fianco è dovuta a una carenza del sistema educativo, che ci abitua al classico schema ingegneristico AS-IS/TO-BE:
Situazione di partenza e situazione ideale/situazione desiderata.
Quando bisogna risolvere un compito, ad esempio, si parte con una serie di dati con l’intenzione di completarlo. Il momento in cui viene risolto rappresenta la situazione desiderata.
Qual è il dramma? Ci insegnano sin da piccoli ad avere risposte, più che a porci domande. Se nella vita ci capitano situazioni nuove, sfidanti o difficili, indietreggiamo. Ci manca un atteggiamento critico.
Esistono due metodi di risoluzione per i sistemi ordinati, e uno ben preciso, per le situazioni complesse. Li vederemo in un prossimo articolo, oggi il bagaglio di informazioni è stato notevole.
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